Città Trionfale

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domenica 25 aprile 2010

appuntamento alle ore 10 a Porta San Pancrazio

alcune immagini della giornata:

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Estratto dalla Città Trionfale

La terza uscita nella Città Trionfale coincide con il 25 aprile, festa della Liberazione, la celebreremo con un pranzo nella ex casa del popolo di Valle Aurelia dove c’è la lapide ai 5 martiri trucidati dai nazifascisti. Inizieremo a Porta S. Pancrazio alle 10 in ricordo della Repubblica Romana per raggiungere la chiesa russo ortodossa di S. Caterina di Alessandria e concludere al tramonto alla festa del gran asado argentino dopo aver attraversato il territorio delle prime mitiche lotte alle speculazioni della Società Generale Immobiliare, la valle dell’Inferno con le sue sugherete e il tratto dell’anello ferroviario costruito e dismesso nel ’90.

Il percorso

Partiremo da Porta San Pancrazio, luogo simbolo della Repubblica Romana, raggiungeremo la Stazione S. Pietro, con il cantiere dell’hotel dell’architetto Anselmi contestato dal locale comitato, ascolteremo la messa cantata nella chiesa ortodossa russa di S. Caterina di Alessandria, inaugurata un anno fa alle pendici di Villa Abamelek, attraverseremo il ponte ferroviario dismesso per raggiungere le mura Vaticane e di qui raggiungeremo monte Ciocci, sede della baraccopoli di “brutti sporchi e cattivi”, poi a via Tommaso D’Acquino, nella casa autorecuperata della cooperativa Corallo, risaliremo il pendio per raggiungere la chiesa di borgo S. Lazzaro, ultima stazione della via Francigena prima di S. Pietro, vedremo l’Hotel Hilton terreno di una grande battaglia contro la speculazione edilizia e così Balduina che attraverseremo per raggiungere la Casa del Popolo dove pranzeremo. PORTATEVI DA MANGIARE. Dopo mangiato ci dedicheremo alla scoperta del Parco del Pineto con il tratto dell’anello ferroviario costruito e dismesso nel ’90 dopo aver realizzato una sola corsa e i resti di insediamenti temporanei sulle quercie da sughero. Una strada privata ci consentirà di raggiungere l’Aurelia antica per ridiscendere su Via Gregorio VII dove concluderemo la giornata partecipando alla festa del gran asado argentino di primavera al vicolo del Gelsomino.

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abato 24 aprile dalle 19.30 sempre nella Città Trionfale il collettivo TRAi / pratica di appropriazione temporanea della scena urbana / inaugura lo spazio ricavato dalla ex-cucina di una scuola pubblica con l’intervento di artisti in via Cardinal Domenico Capranica 78 a Primavalle info

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un racconto

WALKING

Città Trionfale

Se credete che questo sia un resoconto obiettivo, esauriente e puntuale delle camminate della Primaveraromana, scordatevelo. E’ un racconto soggettivo e, in quanto tale, romanzato, parziale e tendenzioso.
Le camminate hanno avuto inizio a marzo, la prima con partenza da Porta S. Paolo, luogo storico della resistenza, per esplorare poi, allontanandosi dal centro, il quartiere Ostiense-Ardeatino.
Ma tanto per non smentirmi e non essere puntuale né ordinato, comincerò col narrarvi della terza giornata, quella che ci ha visto a passeggio tra Valle Aurelia e Trionfale. Dalla valle dell’inferno, dai passaggi nei fazzoletti di campagna sopravvissuti alla speculazione edilizia, con annesse casette dei pastori, all’”incursione” nel prestigioso hotel Hilton di Monte Mario.
Per prima cosa alcune istantanee degli organizzatori dell’iniziativa. Non vogliono essere chiamati così, ma un sostantivo bisognerà pur trovarlo…. Animatori? Movimentatori? Sostenitori? Attivisti? Fate vobis.
Qui lo dico e qui lo nego: Primaveraromana si può riassumere in alcuni volti. Quello pieno di lentiggini, e quindi per me già accattivante, di Giulia. La più determinata a sostenere l’anima spontaneistica dell’iniziativa e la totale assenza di gerarchia tra i camminatori, ma indubbiamente lei è uno dei nostri “spiriti guida”. E ricopre il suo ruolo puntualmente se pur con discrezione. Altra presenza indispensabile quella di Lorenzo. Baschetto, gilè, una certa dose di sovoir faire. A distanza lo scambieresti per uno di quegli eroici ragazzi della résistance francese, se non fosse per lo sguardo vivo da scugnizzo e per la foggia vagamente etnica delle camicie. Un diplomatico nato, capace di intavolare trattative con chiunque, dai rom alle guardie giurate, dai comitati di quartiere ai consumati ristoratori romani che ospitano le nostre cene di fine camminata. Bisognerebbe proporlo come membro permanente all’Onu. Stati Uniti, Uk, Francia, Russia, Cina e Lorenzo.
Caterina, che paziente rimbalza dalla testa alla coda del gruppo, accertandosi che nessuno sia lasciato indietro. Raccoglie indirizzi e-mail e numeri di telefono e chiacchiera con ognuno di noi, ci informa sul percorso… e ci aggiorna sulle sue peripezie abitative. Pietro: un diesel. Impiega qualche istante a scaldarsi, ma quando comincia a leggere i brani scelti per descrivere i percorsi, i personaggi e la memoria dei posti che attraversiamo non lo fermi più. Ma si tratta sempre di spunti interessanti che catturano l’attenzione della stragrande maggioranza della “comitiva”.
Altri due visi: Margherita, forse, e insospettabilmente, la più “politica” del gruppo, nonostante la sua giovane età. E’ sempre sorridente quando accanto a lei c’è il “suo” Gaetano: il vigile occhio elettronico che veglia su di noi. Tra le mani una handycam perennemente fusa con un microfono a gelato, grazie a generose mandate di nastro adesivo rosso, che assicurano l’unione indissolubile. E che costituisce la memoria visiva e permanente dell’iniziativa.
Mi rendo conto che non sono neanche all’inizio del racconto eppure con queste amene descrizioni già mi sono conquistato la riprovazione di almeno sei persone.
Quindi possiamo partire.

La città Trionfale.
Porta S. Pancrazio. Lorenzo l’ha annunciato più volte durante la settimana: prima di cominciare la camminata, per celebrare la ricorrenza del 25 aprile, festa di liberazione dal nazi-fascismo, vuole leggere la costituzione della Repubblica romana a tutto il gruppo. E qui, proprio alla partenza, arriva il primo imprevisto: la persona che doveva portare il testo è in ritardo. Ma niente paura, Claudia, una delle presenze più silenziose e simpatiche, l’ha stampata anche lei. Ed ecco che gliela passa. Non senza emozione, Lorenzo legge.

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ROMANA, 1849
PRINCIPII FONDAMENTALI

I.La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica.

II.Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta.

III.La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.

IV.La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’italiana.

V.I Municipii hanno tutti eguali diritti: la loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello Stato.

VI.La piú equa distribuzione possibile degli interessi locali, in armonia coll’interesse politico dello Stato è la norma del riparto territoriale della Repubblica.

VII.Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici.

VIII.Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l’esercizio indipendente del potere spirituale.

TITOLO I
DEI DIRITTI E DEI DOVERI DEI CITTADINI

ART. 1. – Sono cittadini della Repubblica:
Gli originarii della Repubblica;
Coloro che hanno acquistata la cittadinanza per effetto delle leggi precedenti;
Gli altri Italiani col domicilio di sei mesi;
Gli stranieri col domicilio di dieci anni;
I naturalizzati con decreto del potere legislativo.

Applausi. Una costituzione quasi più bella e moderna dell’attuale.
Scendiamo per via delle Fornaci. Sulla sinistra un gruppo di casette, uno dei tanti “borghetti” condonati che quando meno te lo aspetti spuntano nel cuore della città. Una di queste ci colpisce per la sua bellezza. Sul muro di cinta una serie di sculture e delle maioliche incastonate come piccole pietre preziose. Lorenzo citofona. Il cancello del giardino si apre. Un signore sulla settantina si affaccia, si trova di fronte circa centocinquanta ospiti inattesi. Una volta che Lorenzo ha spiegato chi siamo, e che vorremmo curiosare nella sua eccentrica e deliziosa dimora, si tranquillizza e ci accompagna sul retro, per mostrarci il laboratorio dello scultore che abitava la casa prima di lui. A quel che ho capito, ma non potrei giurarlo, era il marito della sua attuale compagna, ora scomparso. Mentre osserviamo la scultura che occupa il laboratorio, due torri informi circondate da sagome umane informi, mi parte quello che chiamo il trip-colombo. Vedo il settantenne e la moglie dello scultore che nottetempo calano un corpo dentro una delle torri. Vedo il settantenne armato di cemento e cazzuola che sigilla per sempre il cadavere dello scultore all’interno dell’opera, per godere al posto suo della sua casa e della di lui signora. Una trama da postino suona sempre due volte… Ma è solo frutto della mia fervida immaginazione. Intanto il padrone di casa sta raccontando che l’opera in questione ha concorso quale possibile monumento commemorativo per le vittime delle Twin towers. Non si spiega perché non lo abbiano più contattato da New York. In realtà la risposta è semplice: è una vera schifezza, un vero pianto di scultura. Certo, se fosse riuscito anche a venderla, con cadavere dell’autore annesso, sarebbe stata un’operazione degna delle più originali avanguardie artistiche oltre che un delitto perfetto.
Ma a parte queste facezie bisogna dire che è disarmante la disponibilità e l’ospitalità dimostrata da alcuni nostri concittadini durante le passeggiate. Una cortesia che, abituati alla battaglia quotidiana della metropoli, ci appare come una virtù antica, del tutto anacronistica. Un po’ come la costituzione della Repubblica romana.
Via, verso la tappa successiva, imboccando il sottopasso della stazione di S. Pietro.
Dopo alcune svolte tra palazzine di ogni epoca e misura, si apre uno scorcio incredibile che ci regala la vista di una chiesa di cui pochi conoscono l’esistenza: Santa Caterina Martire (o Santa Caterina d’Alessandria), parrocchia per i fedeli cristiani ortodossi della città, dipendente dal patriarcato di Mosca. Consacrata nel maggio 2009.
Lastroni bianco panna, scalinate, archi, guglie d’oro e turchese. Pare di essere a Disneyland. Sul retro scopriamo un’inspiegabile rampa (forse per i disabili) che sale lievemente per poi compiere una drammatica curva e riscendere sul modulo inferiore della struttura, il che avvalora l’ipotesi che gli architetti si siano in parte ispirati al modello del parco di divertimento.
Ci affacciamo all’interno. Le donne hanno i capelli coperti da una veletta, bambini che corrono, un gradevole odore d’incenso. I canti liturgici del prete, che non riesco a scorgere. La sua voce sembra provenire dal retro dell’altare.
Abbandonato questo spicchio di Russia nella capitale, attraversiamo via di Porta Cavalleggeri, costeggiamo il Vaticano, discendiamo un clivio che ci fa arrivare a Valle Aurelia.
Giungiamo alla casa del popolo. Sì, avete capito bene, una casa del popolo a Roma. Tanto inconsueto che pure i romani se n’erano dimenticati. Parte della struttura era abbandonata fino a che Franco, pittore e scultore, non l’ha ripulita e ristrutturata, restituendole una funzione. Di abitazione e di studio, ma sempre aperta alla gente del quartiere, ai componenti dell’Anpi, suoi “vicini di casa” e custodi della traga intitolata ai caduti della resistenza al fascismo. Oltre che naturalmente custodi della memoria.
Qui oltre a festeggiare il 25 aprile, qualcuno ci narra delle gesta degli…

Arditi del popolo
Furono un’organizzazione antifascista nata nell’estate del 1921 da una scissione della sezione romana degli Arditi d’Italia per iniziativa di un gruppo di iscritti guidati dal simpatizzante anarchico Argo Secondari ed appoggiati dal futurista Mario Carli: l’obiettivo della scissione fu quello di opporsi alla violenza delle Camicie Nere creando vere e proprie milizie per la protezione dei quartieri e dei centri oggetto di attacchi armati da parte dalle “squadre d’azione” fasciste. Avevano costituito un primo battaglione di circa 400 aderenti, suddiviso in tre compagnie denominate Temeraria, Dannata e Folgore. In breve tempo furono costituiti 5 battaglioni nei quartieri Trionfale, Porta Pia – Salario, Testaccio – S.Saba – S.Paolo, Esquilino – S.Lorenzo, Trastevere, oltre a distaccamenti nei rioni di Ponte Milvio, Ponte, Parione e Borgo, collegati tra loro mediante squadre di ciclisti.
Per quattro giorni, dal 9 al 13 novembre 1921, si susseguirono gli scontri in tutta la città. Per decine di volte gli Arditi del Popolo, assieme alle squadre comuniste e ai gruppi anarchici, respinsero sulle barricate gli attacchi fascisti diretti a S.Lorenzo, Trastevere, Trionfale, Testaccio, impedendo la distruzione delle sedi e dei giornali proletari. A S.Lorenzo la partecipazione popolare vedeva coinvolti sia i ragazzi impegnati a disselciare le strade per recuperare materiale da tirare dalle terrazze e dai tetti, che le donne del quartiere. A Valle Aurelia, zona dove vi erano le fornaci per la cottura dei laterizi, i fascisti ebbero la peggio negli scontri con i fornaciai in rivolta.
Alla fine, dopo la ritirata degli squadristi da Roma protetti dalle forze dell’ordine, si contarono almeno 7 morti e 120 feriti.
Ripromettendoci di tornare in questo bel casale per qualche altra iniziativa, ci addentriamo nella campagna cittadina percorrendo un trattodi ferrovia abbandonata. A detta di tutti passaggio molto suggestivo. Fa molto cercatori d’oro, far west ecc. L’immersione nel verde è surreale. Dall’asfalto assediato da macchine e palazzi lasciato pochi minuti prima ad una fitta coltre di vegetazione, di inaspettata varietà e ricchezza. Verde dappertutto. Il tragitto si fa accidentato, fango, pozze, ortica, eppure neanche chi è venuto con figli e passeggini al seguito è disposto a mollare. Raggiunge col resto della truppa il prato che ci attende per il pranzo. Tutti a terra, seduti un po’ come capita. Si formano gruppi, si parla, ci si conosce e spesso si condivide anche il cibo.
Di seguito risaliamo una collina del Parco del Pineto, area verde regionale di circa 240 ettari che comprende anche la Pineta Sacchetti, inoltrandoci in un bosco di sugheri. Non sto a perdermi in descrizioni. E’ come attraversare un passaggio spazio-temporale e ritrovarsi in un luogo selvaggio e fatato che con la città non ha nulla a che vedere. Per fortuna non è così: esiste davvero e consiglio a tutti di andare a farci una passeggiata. Usciamo dall’area verde e percorriamo le strade deserte della Balduina. A questo punto ci troviamo di fronte al momento più insidioso per la compattezza del gruppo. Scatta la rota del caffè. Solitamente, dato il numero elevato dei caffeionodipendenti (almeno un centinaio) si prendono d’assalto più bar e alla fine qualcuno si perde per strada. Ma niente paura, dopo un frenetico giro di sms e telefonate ci riuniamo tutti per affrontare una delle tappe più interessanti. Con aria noncurante varchiamo la prestigiosa soglia dell’Hotel Hilton. Uno sguardo al parcheggio esterno dell’albergo e alla collezzione di Porche e Ferrari che sfoggia, basta a farsi un’idea della clientela e di quanto siamo inadeguati a questo luogo. Le occhiate stupite, divertite, inorridite di ospiti e personale ci accompagnano fino al giardino, dove occupiamo uno dei salotti all’aperto e ci accingiamo ad ascoltare la storia di questa colossale speculazione edilizia. Chiaramente veniamo subito interrotti dagli addetti alla sicurezza, che vorrebbero mandarci a… insomma, da dove siamo venuti. Lorenzo comincia a trattare: vogliamo solo prendere un caffè (un altro). La sua cortese determinazione ha successo. Un attimo di smarrimento quando veniamo a sapere che un caffè costa la bellezza di 5 euro, che moltiplicato cento farebbero 500 euro. Ne prendiamo dieci e pace. Restiamo.
Uno degli illustri decani del gruppo, nonché urbanista – lo indico così perché la mia memoria è un disastro e non ricordo mai i nomi – comincia col dire che per legge sulla collina di Monte Mario non si sarebbe potuto costruire. Che la cubatura di questo hotel è qualcosa di abnorme, che l’affare lo hanno messo insieme banchieri, politici e qualche “prete”, un contorno fisso qua a Roma. Mentre prosegue, io mi distraggo per affacciarmi sulla piscina. Venticinque metri d’acqua circondati da lettini ombrelloni e prato all’inglese. Gli inservienti hanno tutti la pelle scura. Indossano divise bianco latte, lo stesso tono di bianco della pelle dei bagnanti che si tuffano o leggono pigramente sdraiati. Parlano in inglese, tedesco, francese, italiano. Un piccolo angolo di società coloniale, qui nel centro di Roma. Talmente assurdo e fuori tempo che fa sorridere. Quando torno, l’urbanista ha conquistato anche l’attenzione di alcuni camerieri, che si sono uniti al gruppo per scoprire la storia del posto in cui lavorano. A differenza degli addetti alla sicurezza loro si sono dimostrati piacevolmente incuriositi dalla nostra incursione.
Questa città, si sa, è fatta di contraddizioni, e di estremi che convivono. Con questa consapevolezza scendiamo per via Trionfale, ci avviciniamo alla tappa seguente. Dai fasti dell’Hilton, alla palazzina occupata di via Tommaso D’Aquino.
Cosa è accaduto? Qualcosa di molto semplice in realtà: alcune famiglie che non avevano casa hanno occupato una palazzina abbandonata, di proprietà pubblica. E ci abitano (ormai da 15 anni). Hanno ripulito e ristrutturato gli interni, dividendoli a secondo delle esigenze e della composizione delle varie famiglie. Alle famiglie più numerose spazi più grandi. Hanno pure sistemato il giardino condominiale che dopo anni, superata la diffidenza iniziale degli abitanti dei caseggiati limitrofi, è diventato un luogo in cui i bambini della zona si riuniscono per giocare insieme. Non è la prima occupazione “residenziale” che visitiamo. E credo non sarà l’ultima. Di sicuro è il genere di “visita”, di incontro, che mi ha colpito di più.
Gruppi di persone, di etnie diverse (ad avere disperati problemi di alloggio anche molti italiani) si uniscono per ottenere il diritto ad avere un tetto sulla testa. Ma non è solo questo. Sono delle vere e proprie comunità, dentro le quali c’è uno scambio di lingue, di culture, di conoscenza. Di danze, di sport, di cucina. In ogni occupazione esiste uno spazio comune in cui si riuniscono, un ordine del giorno condiviso. A turno, ognuno svolge il proprio piccolo compito affinchè la comunità funzioni: dalle relazioni con l’esterno alle pulizie degli spazi condominiali. E gli appartamenti in cui vivono sono ben lontani dai luoghi degradati che uno si potrebbe aspettare. Sono esattamente come le nostre case, a volte anche più curate ed allegre. Televisori, soppalchi, pareti color pastello, parquet. Luoghi in cui non ci si abbrutisce, dove non si cede alle difficoltà e alla demoralizzazione di una condizione difficile, estrema. E per quanti problemi possano esistere si ha l’impressione che la convivenza qui funzioni meglio che in un condomio qualsiasi.
E ce ancora altro da dire. Il tasso di natalità di questi posti è il più alto della città. Nell’occupazione di via del Porto fluviale, ad esempio, in sei anni sono nati 44 bambini. Quarantaquattroooo!! Ragazzi qui c’è vita!
Noi, o almeno io, fino ad ora avevo un’immagine di queste persone che vengono ritenute ai margini, che corrispondeva alla miseria, all’ignoranza, al degrado spirituale oltre che fisico. Una volta quando pensavamo ai senza tetto, agli sfollati, pensavamo agli ultimi. A quelli che non hanno mezzi né materiali né intellettuali per difendersi. I tempi per fortuna sono cambiati. Gli “ultimi”, o ritenuti tali, si esprimono benissimo, sanno parlare, imparano più lingue, hanno gioco forza un’infarinatura di giurisprudenza, indispensabile per avere a che fare con le istituzioni, organizzano corsi di ogni tipo, attività parallele. Proiezioni, spettacoli teatrali, mostre fotografiche, laboratori di ceramica. Spesso hanno un lavoro (che non gli permette di pagarsi un affitto, ma di mantenersi dignitosamente, ora che hanno un tetto, sì). Se siamo fortunati parte della nuova classe dirigente del nostro paese nascerà in queste case occupate e allora, sono convinto, andrà meglio per tutti.
La stessa proprietà di linguaggio, ahimè, non la troviamo poco dopo. Il custode della scuola che stiamo attraversando per scavallare la collina che ci riporterebbe a Valle Aurelia ci accoglie inveendo: fuori! Che cazzo fate? Nun sapete legge? Questa è proprietà privata! In realtà si tratta di una scuola agraria e quindi non esattamente privata. Proviamo a spiegargli chi siamo e che vogliamo semplicemente attraversare il “suo” territorio, diretti ad altra meta. Ma nemmeno le proverbiali doti di Lorenzo riescono a far breccia. Il tipo si trattiene, però è evidente che se non fossimo così tanti avrebbe già fatto ricorso alle “mano”. Grosse come badili. Facciamo marcia indietro, ma non troppo. Imbuchiamo un sentiero scosceso, sempre sulla proprietà privata del custode della scuola e scendiamo in mezzo ai campi. Una signora, ipotizziamo la moglie del pecoraro che ancora resiste su questo spicchio di collina con il suo gregge, ci indica un passaggio. Attenti ai cani – si raccomanda – sbrigateve. Il gruppo si compatta per evitare assalti. Il nostro passaggio è salutato dall’insistente latrato di un paio di belve, che fortunatamente sono tenute a bada da una rete. Attraversiamo questo alto terrapieno che si dice sia il luogo in cui è stato girato il film di Scola “Brutti sporchi e cattivi”. Un cinico e spietato spaccato sulla vita di una famiglia di baraccati. Scendiamo ancora e arriviamo alla fermata della metro. Qui il grosso del gruppo si congeda. Restiamo in otto.
Eppure le indicazioni erano abbastanza facili. Ma non troviamo la strada. E’ buio, ci siamo inoltrati nei prati dietro ai palazzi di via Gregorio VII, tra maneggi improvvisati, vecchie case sopravvissute al tempo, capannoni, qualche carcassa di automobile. Da qualche parte ci aspetta una festa argentina. Siamo stremati, sogniamo una bella bevuta, un’indigestione di asado e invece ci aggiriamo tentoni come disperati alla ricerca di un varco. Tra rovi e recinzioni, un buio pesto che nemmeno nella giungla. E il sottofondo di musica sudamericana che giunge da poco più in alto e sembra prendersi gioco di noi. Dobbiamo ancora una volta fare dietro front. “Asado” ripetiamo, come una parola magica che ci dia la forza di continuare. Ormai sono le dieci e siamo all’ultima tappa. Alla fine riusciamo ad entrare nel giardino che ospita la festa. In fondo un capanno, uno sparuto gruppo di persone che ballano, luci, qualche festone… ci siamo. Appena giungiamo a destinazione uno degli argentini crolla a terra ubriaco. Con naturalezza un paio di conterranei lo acchiappano per i piedi e lo trascinano sul prato, sotto un albero. Come si fa con un bustone della spazzatura. Lo lasciano lì. Comincia a ronfare.
Altro che asado… La festa è cominciata alle 2 del pomeriggio e non c’è rimasto più nulla, nemmeno uno shottino di rum, o che so, di mescal. Mentre gli altri salutano i loro amici argentini io sono occupato a respingere l’assalto di un cane – si vede che era proprio scritto. E’ di taglia media, non molto credibile come assalitore. Mi gira intorno abbaiando, digrignando i denti, ogni tanto tenta un affondo con il muso. Io resto immobile, come si deve fare con gli squali, magari funzione pure con lui. Niente, non funziona. Continua. Finalmente arriva la padrona che con tipico accento sudamericano gli fa: Ooooh! Non te de devi move! Hai capito? T’ho detto che un te deve move! Fila! Smarcato, raggiungo gli altri, giusto a tempo per assistere al secondo svenimento da alcol. Ce ne andiamo.
Alla disperata ricerca di un ristorante. Quelli che ci indicano sono chiusi o stanno per chiudere. A via di Porta Cavalleggeri ci fermiamo davanti ad un locale elegante ma nella sua classicità piuttosto eccentrico. Nella sala sono appesi dei grandi ritratti di cardinali, dal disegno pregiato, dai colori intensi. Ci guardiamo. Il primo ad esprimersi è Gaetano: no! Siamo tutti affamati come lupi, Margherita prova a fargli gli occhi dolci per convincerlo, ma la sua repulsione per i porporati è troppo forte. D’accordo con lui, faccio per avviarmi. Confesso che ho perplessità meno nobili e ideologiche: temo che facciano da mangiare di schifo. Però la fame morde e Lorenzo si affida alle sue doti dissuasive pure con noi. Per la verità non deve sforzarsi molto, un attimo e siamo seduti. Comunque ci aveva visto giusto Lorenzo: mangiamo ottimamente e paghiamo il giusto. Che dire? Sul cibo bisogna lasciarlo fare. Rifocillato ha pure la forza di intrattenere il ristoratore. Gli racconta la nostra giornata e quello ascolta, mica per cortesia, lo coinvolge proprio. Un artista…

Costeggiamo le mura del Gianicolo e dopo altri 30 minuti siamo di nuovo a Porta S. Pancrazio, da dove eravamo partiti. Sono le 00.45. E’ andata. Paghi, ci salutiamo.
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I cinque martiri di Valle Aurelia

Vittorio Mallozzi, di Anzio, era un vecchio organizzatore del PCI sin dal 1932. Combattente con le Brigate Internazionali in Spagna, internato in Francia dal regime di Vichy, fu consegnato alla polizia italiana che lo confino a Ventotene. Fu liberato dopo il 25 Luglio. Dopo aver portato a termine numerose azioni partigiane, fra cui l’attacco alla caserma di via Brenta e la distruzione di notevoli quantitativi di armi, fu arrestato il 20 Dicembre e portato a via Tasso. Morì fucilato a Forte Bravetta la mattina del 31 Gennaio 1944.

Alberto Cozzi romano,ma di famiglia originaria di Bagnoreggio (Vt), era apprendista meccanico. Dopo l’8 Settembre entrò a far parte di Bandiera Rossa, arrestato morì alle fosse Ardeatine.

Augusto Paroli, era un operaio dei Monopoli di Stato e sin dal Settembre del 1943, oltre a cooperare con i Compagni di Valle Aurelia, affiancò Romolo Inchini nella lotta antifascista. Il 6 Dicembre, dopo aver lanciato dei manifestini antifascisti nei cinema Imperiale, Bernini e Barberini, fu arrestato su segnalazione di una spia. Morì a Forte Bravetta, con altri dieci Compagni di Bandiera Rossa, il 2 febbraio 1944.

Andrea Casadei e Vittorio Fantini. Un delatore, che operava in zona, guidò l’agguato tedesco, del 16 Marzo, a Casadei e Fantini in vicolo dei Fornaciai, “ a pochi passi dalla loro abitazione” (scheda Anfim). La loro detenzione durò solo otto giorni; poi, come il Cozzi, il loro nome fu inserito nella lista dei “politici” destinati alle Fosse Ardeatine. (Franco Leggeri)
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Monte Mario venduta


” La sorte di Roma è nelle mani della Società Generale Immobiliare. Essa possiede circa otto milioni di metri quadrati: controlla un numero illimitato di società, è diretta dall’architetto dei palazzi apostolici, da un Cameriere Segreto e da un nipote del Papa, dal vicepresidente della Banca Commerciale Italiana e dal presidente della Fiat: cosa si può fare contro di essa? In tutti i punti cardinali di Roma essa è presente: se si parte in guerra contro l’Immobiliare al nord, se ne avvantaggia l’Immobiliare al sud. Il Cielo la maledica. Sfogliando i fascicoli che essa annualmente pubblica possiamo vedere che tutto l’Ovest e il Nord è suo: terreni a Monte Mario, sulla Camilluccia, sulla Trionfale, sulla Cassia (Vigna Clara), tra Camilluccia e Cassia (Due Pini).

Antonio Cederna da “Monte Mario venduto” in “Il Mondo 24 aprile 1956.

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COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ROMANA, 1849
PRINCIPI FONDAMENTALI

I. La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica.
II. Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta.
III. La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.
IV. La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’italiana.
V. I Municipii hanno tutti eguali diritti: la loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello Stato.
VI. La piú equa distribuzione possibile degli interessi locali, in armonia coll’interesse politico dello Stato è la norma del riparto territoriale della Repubblica.
VII. Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici.
VIII. Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l’esercizio indipendente del potere spirituale.

Titolo I
DEI DIRITTI E DEI DOVERI DEI CITTADINI
Art. 1. — Sono cittadini della Repubblica:
Gli originarii della Repubblica;
Coloro che hanno acquistata la cittadinanza per effetto delle leggi precedenti;
Gli altri Italiani col domicilio di sei mesi;
Gli stranieri col domicilio di dieci anni;
I naturalizzati con decreto del potere legislativo.

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8 risposte a “Città Trionfale

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  2. nata stupenda! piena di contrasti assurdi. grazie per condividerli con noi.
    vedete mio recordo del giorno su flickr qui:

    http://www.flickr.com/photos/-adriano-/sets/72157623816862231/

    alla prossima

  3. alessandro d

    Ari bravi tutti!!!
    bellissima iniziativa di vita insieme..

  4. Cecilia

    che bella giornata! Grazie per avermi permesso di scoprire così tante cose! Con voi ho fatto “oohh” davanti alla chiesa ortodossa, mi sono arrabbiata di fronte alla ferrovia usata una sola volta, divertita nel terrazzo dell’Hilton e commossa scoprendo che “un altro modo di convivere è possibile”.

    tornerò molto volentieri!

  5. Jeanne-Marie

    Grazie per una giornata bellissima!

  6. Pingback: LA CITTA’ TRIONFALE - AISO Associazione Italiana di Storia Orale

  7. giancarlo

    Nella passeggiata del 25 aprile, festa della liberazione dal nazi-fascismo, attraverseremo luoghi in cui hanno operato e combattuto gli Arditi del popolo. Il movimento che nel ’21-’22 si è opposto strenuamente all’ascesa della dittatura fascista. Solo nel ’43 gli italiani riprenderanno in mano le armi per lottare…

    Gli Arditi del popolo

    (…) L’organizzazione fondata da Argo Secondari registrò il maggiore radicamento e l’adesione più forti, tanto che per ben tre volte il fascismo dovette fare i conti con l’antifascismo popolare romano.
    La prima fu nel novembre del ’21, in occasione del 3° Congresso nazionale dei Fasci. Già alla fine del giugno precedente, gli Arditi del Popolo avevano costituito un primo battaglione di circa 400 aderenti, suddiviso in tre compagnie denominate Temeraria, Dannata e Folgore. In breve tempo furono costituiti 5 battaglioni nei quartieri Trionfale, Porta Pia – Salario, Testaccio – S.Saba – S.Paolo, Esquilino – S.Lorenzo, Trastevere, oltre a distaccamenti nei rioni di Ponte Milvio, Ponte, Parione e Borgo, collegati tra loro mediante squadre di ciclisti. Così quando il fascismo decise di compiere una prova di forza proprio nella Capitale, convocandovi il suo Congresso, dovette mobilitare circa 33 mila squadristi armati, anche provenienti in gran parte dalla Toscana e dall’Emilia Romagna, nonostante l’appoggio del governo Bonomi che non esità a far intervenire le forze dell’ordine, dotate anche di autoblindo, ogni qualvolta i fascisti e le squadre nazionaliste dei Sempre pronti si trovarono in difficoltà.
    Il 7 novembre, con l’arrivo e le prime aggressioni fasciste, tra le quali l’assassinio del ferroviere Guglielmo Farsetti, veniva proclamato lo sciopero generale dalle due Camere del Lavoro, quella della Cgl e quella dell’Usi, mentre scattava la mobilitazione degli Arditi del Popolo, giunti anche dalla regione e da Terni, che resero inaccessibili i quartieri popolari. Per quattro giorni, dal 9 al 13 novembre, si susseguirono gli scontri in tutta la città. Per decine di volte gli Arditi del Popolo, assieme alle squadre comuniste e ai gruppi anarchici, respinsero sulle barricate gli attacchi fascisti diretti a S.Lorenzo, Trastevere, Trionfale, Testaccio, impedendo la distruzione delle sedi e dei giornali proletari. A S.Lorenzo la partecipazione popolare vedeva coinvolti sia i ragazzi impegnati a disselciare le strade per recuperare materiale da tirare dalle terrazze e dai tetti, che le donne del quartiere. A Valle Aurelia, zona dove vi erano le fornaci per la cottura dei laterizi, i fascisti ebbero la peggio negli scontri con i fornaciai in rivolta.
    Alla fine, dopo la ritirata degli squadristi da Roma protetti dalle forze dell’ordine, si contarono almeno 7 morti e 120 feriti.
    I fascisti, avendo contato solo un caduto tra le loro file (anche se qualche fonte riferisce di 4 o 5) cercarono di cantare vittoria, vantando i sei assassini compiuti ai danni di persone isolate e disarmate, ma in realtà avevano subito una sconfitta politico-militare senza precedenti, definita da più parti come una vera Caporetto, tanto che lo stesso Mussolini ritenne che una strategia basata solo sulla violenza non fosse più vincente.
    La seconda volta che Roma antifascista si rivoltò contro le camicie nere fu nel maggio del ’22, in coincidenza con la solenne traslazione della salma dell’eroe di guerra Enrico Toti al cimitero del Verano. Ripetutamente attaccati e fatti segno di sparatorie da parte delle Squadre comuniste e degli Arditi del Popolo asserragliati a S.Lorenzo, i fascisti furono costretti a rifugiarsi all’interno del Mausoleo di Augusto, finché furono tratti in salvo dalle autoblindo della polizia. Il bilancio della giornata del 24 maggio fu di 3 morti, una cinquantina di feriti e quasi 200 operai arrestati che furono liberati dopo 36 ore a seguito dello sciopero generale immediatamente proclamato dal Comitato di difesa proletaria.

    «Fino a quando i fascisti continueranno a bruciare le case del popolo, case sacre ai lavoratori, fino a quando i fascisti assassineranno i fratelli operai, fino a quando continueranno la guerra fratricida gli Arditi d’Italia non potranno con loro aver nulla di comune. Un solco profondo di sangue e di macerie fumanti divide fascisti e Arditi.[1]
    «… Ben lontani dal patriottardo pescicanismo, fieri del nostro orgoglio di razza, consci che la nostra Patria è ovunque siano popoli oppressi: Operai, Masse Lavoratrici, Arditi d’Italia, A NOI!»

    Gli Arditi del Popolo nacquero nell’estate del 1921 dalla sezione romana degli Arditi d’Italia. Loro fondatore è considerato Argo Secondari, pluridecorato tenente delle fiamme nere (Arditi che provenivano dala fanteria). Secondari era un simpatizzante anarchico, compagno dell’ardito Gino Lucetti, responsabile di un attentato contro Benito Mussolini (cui fu poi intitolato il battaglione Lucetti che agì durante la resistenza sui monti dell’alta Toscana).
    La nascita degli Arditi del Popolo viene anche annunciata da Lenin sulla Pravda, l’Internazionale Comunista era favorevole a questa organizzazione come si legge sul resoconto nell’incontro fra Nikolai Bucharin e Ruggero Grieco, quest’ultimo rappresentava l’ala bordighista del partito comunista d’Italia, durante l’incrontro (frazione in quel momento maggioritaria e quindi vincolante per tutti i militanti per disciplina di partito), fu ripreso per tali posizioni con durezza, Bucharin, ricordò che il partito rivoluzionario di classe sta dove è la classe,in tutte le sue epressioni, e non a discuterne in salotto (vedi Eros Francescangeli). La posizione di Antonio Gramsci era ben diversa e partiva dai presupposti gia’ in nuce di quando lui tentò tramite il tenente comunista Marco Giordano, della Legione di Fiume, di entrare in contatto con Gabriele D’annunzio, ovvero, sinteticamente, era una posizione di attenzione e possibile appoggio: i legami fra Repubblica di Fiume e potere Sovietico erano forti in quel periodo ed all’interno della Legione di Fiume vi era una consistente ala filosovietica (vedi: “alla festa della rivoluzione” di Claudia Salaris).

    per chi vuole saperne di più:

    http://acrataz.oziosi.org/article.php3?id_article=2862

    http://ita.anarchopedia.org/Argo_Secondari

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