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Scuola 725: per continuare a “non tacere”

Contributo per un rinnovato governo della città da parte dei ragazzi della “Scuola 725″: don Roberto Sardelli ed alcuni collaboratori

PREMESSA

Chi siamo

1 – Sul finire del 1968 accadde un fatto strano che segnò una svolta nella nostra vita.
Abitavamo nelle baracche dell’acquedotto Felice, un tugurio di miseria dove viveva un’umanità che le istituzioni e i cittadini avevano lasciato fuori dalle mura della città.

2- Era piovoso e freddo quello scorcio del 1968 e sotto gli archi dell’Acquedotto annottava anzitempo.
Ci si preparava, ancora una volta, ad affrontare l’inverno, illudendosi di aver trovato una carta catramata che, stesa sui tetti, ci avrebbe riparato dalla pioggia durante le lunghe e paurose notti di temporale.
Non c’era elettricità né acqua che, pur copiosa passava sulle nostre teste.
Con pesanti cucine economiche di ghisa, alimentate con legna scartata nei cantieri edili, dove lavoravano i nostri padri, tentavamo di asciugare l’umidità onnipresente, che torturava le nostre ossa e i nostri polmoni.
Unico rimedio ai dolori, che ci tenevano svegli per nottate intere, era la Nisidina.

3 – Eravamo ragazze e ragazzi: mentre alcuni frequentavano la scuola pubblica, altri erano già sul mercato del lavoro e, espropriati della loro età e della scuola, facevano l’esperienza dello sfruttamento.
Il più grande aveva quattordici anni.
La città era assente.
Noi, spinti dai genitori, frequentavamo la scuola, ma molti, classificati “caratteriali”, finivano nelle classi “differenziali”; tutti, a causa delle condizioni in cui vivevamo, giornalmente subivamo offese ed espliciti inviti a lasciare la scuola.
Qui si pronunciavano parole che ferivano la nostra anima: chinavamo il capo e pensavamo che in quelle aule non sarebbe mai entrata la nostra vita.
Vi avevano diritto di cittadinanza, invece, nozioni astratte, libri di testo stantii, privi di realismo e di tensioni liberatrici. [...]

Noi siamo qui

17 – Noi non abbiamo dimenticato la nostra storia che è un capitale vivo. E proprio dalla nostra esperienza in questa prima decade del 2000, irta di difficoltà e di contraddizioni, ci rivolgiamo ai cittadini e alla istituzioni della città, per manifestare loro le nostre preoccupazioni e per aprire un dibattito che avvii un processo di rinnovamento della Politica e della Cultura.
I 35 anni trascorsi dalle lotte dell’Acquedotto Felice non hanno scalfito la nostra sensibilità per i problemi della città in cui viviamo.
Tra noi non ci sono nomi altisonanti o rappresentativi dei poteri forti o di “nobili natali”, ma operai, impiegati, insegnanti, piccoli imprenditori edili, militanti nel sindacato, nella cooperazione, nel volontariato…

18 – Siamo consapevoli delle difficoltà cui deve far fronte il governo locale: il suo impegno, pur meritorio, in questi ultimi anni ha dovuto dispiegarsi in concomitanza con la visione aziendale del governo del Paese.
Tale apprezzamento, tuttavia, non ci esime dal dovere di rilevare alcuni vuoti, nella certezza che l’esercizio sereno e lucido della coscienza critica corrobora la politica ed è linfa della democrazia.

La politica deve essere fatta dal popolo

19 – Questa fu l’affermazione intorno alla quale ruotava tutto lo sviluppo della “Lettera al sindaco” del 1970.
Oggi la riproponiamo e la attualizziamo, in tutta la sua semplicità, con maggiore urgenza, perché ci sembra veramente che la base sociale sia stata fatta fuori, per ricordarsene solo ad ogni scadenza elettorale.

20 – L’azione politica deve essere esercitata in riferimento al popolo e al bene collettivo, autentico e concreto.
Lo svolgimento dell’azione politica non può essere guidato da interessi corporativi.
Non abbiamo bisogno inoltre di intellettuali e tecnici che esercitano un potere autoreferenziale, non si pongono in funzione di servizio verso il popolo e ne ignorano i bisogni e le sofferenze.
Quando la loro autorità è priva di autorevolezza, degenera in arroganza e arbitrio e la democrazia langue.
Questa è la coerenza che chiediamo.

21 – Quando diciamo “popolo” non parliamo di qualcosa di amorfo, soggetto all’irrazionalità, ma parliamo di una comunità capace di guardare alla realtà circostante con gli occhi delle vittime, degli ultimi.

22 – Quando diciamo “Politica” non intendiamo solo una somma di cose da “fare”.
Se “Politica” è solo questo, si cade nella rete del pragmatismo e dell’empiria, si viene privati delle visioni e dei sogni che sono parte costitutiva nella nostra natura “We dream”.
“Politica” per noi è progetto, ci parla del rapporto che l’uomo deve avere con se stesso, con gli altri tra cui vive, con l’ambiente in cui cresce. “Politica” è sogno di ciò che sarà, ma che comincia già ad essere ora.
Se “Politica” è tutto questo, l’uomo è dentro la “Politica”, ne è come avvolto e ne costituisce l’anima e, allo stesso tempo, ne è artefice.
In questo senso la “Politica” non può essere delegata, perché è proprietà inalienabile dell’uomo.
Ecco perché crediamo che la “Politica” deve essere fatta dall’uomo.
L’uomo fuori della “Politica” è un non-uomo, non è un “cittadino vero”.(Aristotele).
Per superare un tale rischio e rinnovare la politica si rende urgente una spinta etica in più, occorre un supplemento di anima che può essere fornito da chi vive nel disagio e nell’indigenza e da tutti coloro che concretamente se ne fanno carico e ne condividono la visione.

23 – La nostra esperienza ci dice che se ci fermiamo a guardare la superficie dei comportamenti, vediamo intorno a noi il dominio delle apparenze che sono tracimate in ogni direzione. È quello che si nota nelle scuole, tra i giovani, nei luoghi di lavoro e nel divertimento.
Ma se scendiamo in profondità, nel cuore della gente, li troveremo, nascosti, i semi di una vita più autentica legata ai grandi valori dell’esistenza, ma perché germoglino occorre creare i luoghi del ragionamento e dotarsi degli strumenti della riflessione.
Il frastuono, la frenesia, la seduzione delle vetrine sono i nostri nemici, sono la grancassa di un sistema che vuole alienare l’uomo da se stesso.
È qui che la cultura deve darsi un nome nuovo: “Politica”.
E la “Politica” deve impedire che le radici superficiali si interrino ed erodano la coscienza dei cittadini.
Il processo di riforma della “Politica” o parte dal basso o non sarà.
Non abbiamo bisogno, né si vedono all’orizzonte capi carismatici.
Questo è il cantiere che dobbiamo aprire. Il lavoro che vi svolgeremo sarà poco appariscente, avrà tempi lunghi e sarà difficile, conoscerà passaggi irti di difficoltà, profonde lacerazioni e risentimenti. Sarà come partorire.

La riforma possibile

24 – La situazione Politica-partiti e schieramenti connessi, a conclusione di un ciclo storico connotato da forti divisioni, si è talmente deteriorata che oggi bisogna porre mano ad una grande Riforma culturale partendo dalla base. La convinzione che i partiti siano l’unico strumento della democrazia, non è più sufficiente a sostenere la democrazia stessa. In questa fase rigenerativa, oltre ai partiti, bisogna porre attenzione ai movimenti spontanei, legati alle vicende di una stagione o ai tempi dell’esistenza, alla individualità dei sentimenti che occorre politicizzare, a un mondo oggettivo da soggettivare. La politica deve porre ascolto a queste voci, deve portarle a sintesi e tradurle in norme di saggezza.
È un lavoro che richiede di trascorrere più tempo tra la gente e meno tempo nel chiuso. Le riforme verticistiche non hanno futuro. Intanto nell’assenza del nuovo, intravediamo il trionfo dell’ideologia della non- ideologia.
È come cadere dalla padella sulla brace.

25 – Partire dai governi locali in tutte le sue articolazioni di base è il passaggio principe di ogni autentica Riforma. Tutti i passaggi innovativi vanno discussi con i cittadini.
Intanto noi proponiamo di dare alla parola Riforma quella forza che ha in sé: Riforma= Ri-dare-anima, che è la “forma” del corpo, nel nostro caso, “forma” del corpo sociale.

26 – Platone annoverò tra le sue attività quella di essere consigliere dell’uomo di governo. Noi non siamo Platone. Né vogliamo che tale ruolo possa essere ricoperto dagli intellettuali di grido, dal personale di gabinetto, da anonimi tecnici ed esperti, costosi consulenti pescati nell’ambito delle clientele.
Noi, dal basso della vita quotidiana, vogliamo partecipare al governo locale, forti della comune esperienza, delle tensioni e delle speranze che vi si condensano. Solo così può rinascere la Politica.

Un bicchiere che va svuotandosi

27 – Il traffico, la violenza, il degrado ambientale, l’emergenza casa, il lavoro e la precarietà, la scuola sono problemi che ci stanno a cuore. La loro soluzione invera i valori della nostra Carta Costituzionale.
Tuttavia ci sono dei temi valoriali per i quali un governo si distingue da un altro e ne costituiscono la diversità politica. È proprio di questi temi che vogliamo parlare perché il bicchiere dei valori, in questi ultimi anni, si va pericolosamente svuotando.

28 – Purtroppo il progetto in atto è creare un popolo di omologati.
Ed allora eccoci qui a discutere di alcuni valori pericolosamente sottaciuti e che, una volta riportati in auge, potrebbero rimettere in movimento il processo della riforma morale e culturale. Noi soffrimmo per la mancanza di una casa e lottammo per averla, ma nella scuola 725 imparammo anche che la Politica, la democrazia, la cultura, la fratellanza sono valori senza i quali la vita non ha senso.
Senza questi valori universali tutto crolla e anneghiamo nelle illusioni.

29 – Ci soffermeremo ,quindi,su tre punti. Non partiremo da ciò che è elaborato al chiuso delle oligarchie politico-intellettuali, ma da ciò che sperimentiamo vivendo tra la gente.
Siamo allarmati per la Democrazia, per la Cultura e per i Migranti. Spesso, nei programmi dei governi locali italiani, si danno per scontati tali valori. Si dimentica che essi vanno affrontati giorno per giorno, generazione per generazione e calati nella coscienza dei ragazzi con una pedagogia soffusa, testimoniata e monitorata, altrimenti ci troveremo davanti a dei vuoti che, alla fine, pagheremo a caro prezzo.
Gli sforzi generosi e tenaci, la buona volontà dei singoli nella scuola e nel volontariato non sono sufficienti se manca l’impegno delle istituzioni.

Occorre un lavoro di squadra. [...]

I ragazzi della “Scuola 725″: don Roberto Sardelli ed alcuni collaboratori

Il testo integrale sul sito http://www.abitarearoma.net, pdf

Acquedotto Felice

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Ina Casa Tuscolano. Biografia di un quartiere romano

Nascosto dall’edilizia intensiva lungo la via Tuscolana, è difficile scorgere il quartiere Ina Casa, se non seguendo la vista delle torri o del boomerang, progettati da Mario De Renzi e Saverio Muratori, che s’intravedono in quei rari punti dove i palazzi sono interrotti da qualche precedente e più bassa costruzione. È il caso dell’area tra via Cartagine, via degli Ottavi e via dei Laterensi, dove ancora precarie costruzioni a un piano, a tratti coperte da lamiere e recintate da piccoli muretti, interrompono il susseguirsi senza sosta dell’edificazione degli anni Sessanta. Arrivando a largo Spartaco, percorrendo via Sagunto, perdendosi negli attraversamenti interni del quartiere, fino a raggiungere l’ingresso a volta dell’unità d’abitazione orizzontale di Adalberto Libera, si ha la sensazione di trovarsi in un luogo altro rispetto al contesto urbano circostante. L’intenso traffico che caratterizza nelle ore diurne la Tuscolana si arresta al mercato rionale, unico nodo del quartiere che mantiene una caotica vivacità metropolitana. Ma sopratutto, immergendosi nel quartiere, scompaiono i negozi che tutto intorno occupano il piano terra degli edifici. Tra il tracciato stradale e le case ci sono i cortili, oggi il più delle volte occupati da automobili, che concorrono a costituire un aspetto tipicamente residenziale.

[…]

L’unità d’abitazione orizzontale di Adalberto Libera costituisce la terza fase del progetto (1953-1954): un tessuto continuo di case a patio alte un solo piano, e per questo comunemente chiamate «le case basse» (Luigi Tricasi), tra le quali, in posizione decentrata, si alza un edificio a ballatoio su pilotis di tre piani. […] Lungo via Selinunte, un muro di tufo ruvido cinge l’intero complesso, aprendosi al civico 49 in un unico passaggio in asse con via Sagunto, sottolineato da una volta che costituisce una sorta di galleria, con i locali per la portineria su entrambi i lati. Nella stecca ai lati dell’ingresso, è collocata una spina di negozi e di servizi con apertura verso l’esterno e passaggi verso l’interno, oggi chiusi.

[…]

Come lo stesso Libera racconta in una conferenza stampa tenuta nel settembre 1951 all’Accademia di San Luca, l’esperienza del viaggio gli permette di vedere quello che desiderava ed era pronto a vedere: il rapporto tra la climatologia mediterranea e la cultura edilizia di allora.
«Questo, pensavo, quando nel viaggio per il Marocco, passando da Marsiglia visitavo l’unità di abitazione di Le Corbusier, la quale tenta invece il limite della casa a “blocco” valido per il campo edilizio del clima settentrionale».

In volo, al ricordo dell’unità d’abitazione di Le Corbusier a Marsiglia, si sovrappone la visione di Casablanca dall’alto, «con la sua Medina, che la storia ed il clima hanno creato assieme a tutte le medine e le casbah dell’Africa del Nord. Là, l’unità edilizia a blocco, in altezza, qui l’unità edilizia in superficie».

[…]

Enzo Canafoglia: Queste l’ho prese nel 1955. Io ho lavorato a quelle fabbriche davanti dal 1950 al ’55, poi stavano facendo queste e ’so entrato qua abusivamente. Io so’ cinquant’anni che sto qua. [...] È una storia… ho fatto fare i documenti a una persona e invece me li ha rubati. A quei tempi, “venti mila lire, me fai la domanda…”. M’ha detto che l’aveva fatta e invece non l’aveva fatta e c’avevo quattro figli. Era uno che abitava al Quadraro uguale e… c’aveva l’amico suo e se so’ magnati le ventimila lire e a me m’hanno dato un foglio de carta che non era vero niente. Aspetta, aspetta, la casa non la pijavo… c’avevo quattro figli, lavoravo qui davanti… Ho fatto il muratore per quarantacinque anni. So’ entrato qua, so’ passato dalla parte della ferrovia. Ho messo i mobili, il letto e so’ entrato. [...] [Nelle case accanto] c’erano i letti, ma non erano ancora occupate… c’avevano messo i letti perché erano assegnate. Quello [altro appartamento] pure era assegnato… qua non c’era gnente… mi so’ messo qua, ho fatto causa, l’ho vinta… ho messo un avvocato, 5.000 lire a quei tempi. La dovrei riscatta’… mó se me la riscattano i miei figli se la tengono e sennò se la pija l’Ina Casa.
Volevo entra’ in quei fabbricati alti, davanti, a via Cartagine, allora lì c’erano le guardie, co’ la camionetta, allora io ho girato de qua, ho zompato il muro – non era basso così, era alto tre metri – ho zompato sopra e mi moije, perché stavano a da’ le case, l’ho fatta passa’ di là [dall’ingresso principale] e è venuta qua… e siamo stati… senz’acqua, senza luce… quando hanno dato casa, qua, ancora c’era la fontanella in mezzo al prato, dovevi anda’ a prende l’acqua… non funzionava gnente… ho messo la stufa, però a quei tempi ancora non funzionava gnente.

(tratto da Alice Sotgia, Ina Casa Tuscolano. Biografia di un quartiere romano, Milano, Franco Angeli, 2010, pp. 13, 60, 62-63, 81).

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Da “101 COSE DA FARE A ROMA ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA” di Ilaria Beltramme Newton Compton Editori

98. Passeggiare nella Villa dei Quintili sull’Appia

Roma Vecchia. I ruderi della villa tardo antica dei fratelli Quintili, ricchi consoli romani, si estendeva dimenticata per tanti di quegli ettari lungo la via Appia da far credere a tutti, nel Seicento e in parte anche nel Settecento, che gli ultimi lembi dell’Urbe classica arrivassero fin qui.

[...]

Il piacere sta tutto nel passeggiarci in mezzo, toccarli quando si può e nel frattempo godere di quel panorama che nel 1909 l’archeologo inglese Thomas Ashby descrisse come qualcosa di sublime, qualcosa “che più si ammira, più si dispera di poter descrivere”. Qui, come per il Palatino nel centro storico di Roma, si può procedere in due modi: farsi guidare da un manuale dettagliato per ricostruire, almeno mentalmente, tutti gli edifici che componevano la villa, oppure abbandonarsi al piacere di vagare, semplicemente persi in un mare di ruderi e piante, acqua e fiori, ciclo, terra e operato degli uomini, rinnovando un dialogo cui miravano i fratelli Quintili quando si installarono da queste parti. Ciò che riuscirono a creare fu un complesso straordinario di ambienti meravigliosi. Talmente meravigliosi che lo stesso imperatore Commodo li accusò di aver preso parte a una congiura per poi farli fuori e impadronirsi del loro maestoso rifugio.

[...] continua su…

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