…si scrive su Primavera Romana

Città Portuense
La Roma meno conosciuta da (ri)scoprire a piedi
di Bruno Nesticò
su Turisti per Caso.it

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Le arance non cadono dal cielo…
di Carola Susani
Gli Altri, 14 gennaio 2011

Malgrado il cielo azzurro-umido e il sole tiepido, sarà la spossatezza della fine del potlach natalizio, sarà il sentimento d’impotenza civile, che dai e dai diventa temperamento, malinconia, blu, sempre più spesso mi sembra quasi una forzatura uscire di casa non costretta; ma domenica mattina, io e le bambine, ci siamo tirate su la cerniera dei piumini, ci siamo chiuse la porta dietro le spalle, abbiamo attraversato il Pigneto, fresco e deserto, per partecipare a “Le arance non cadono dal cielo”, anche se solo per poche ore. Abbiamo fatto bene. Basta poco e la prospettiva da cui guardare il mondo si rinnova. Era un’iniziativa per ricordare Rosarno, quel piccolo pogrom italiano, da cui è già passato un anno. Sembra strano, perché viviamo a caccia aperta, come se il pogrom non fosse mai finito. Anche una parte della nostra coscienza è braccata, corre, si nasconde, mentre l’altra fuma sigari e beve bevande luccicanti. E infatti, di Rosarno, dello sfruttamento e della violenza, che attraversa tutta l’Italia e dura ancora, diceva anche il volantino. Un gruppo di persone da Rosarno ha trovato nel Csoa Ex Snia un punto di riferimento. L’iniziativa parte da questo incontro. “Le arance non cadono dal cielo” era una giornata di raccolta di agrumi nei giardini pubblici e privati di Roma. Una giornata di memoria e di lotta. Ma non somigliava affatto a un rito, e neanche a un atto d’accusa; era soprattutto un’esperienza che guardava al futuro. L’iniziativa era promossa da Primavera romana. Primavera romana è un progetto che ha la sua scintilla nel gruppo di artisti-architetti Stalker. Stalker da anni lavora sull’attraversamento della città e della campagna romana, privilegiando i territori di margine e confine – i prati abbandonati, le fabbriche in disuso, l’argine dei fiumi – e sulla propagazione di crocevia, sugli incontri. Io li ho conosciuti in uno di questi crocevia, nel 1999 all’ex mattatoio, dove lavoravano insieme ai rifugiati curdi dell’Ararat, in un rettangolo pieno dove allora vivevano fianco a fianco anche i rom calderasha, il Villaggio Globale, i cavallari, e dove, per un periodo, abbiamo avuto uno spazio anche noi, un gruppo di scrittori che aveva una rivista in rete, “Lo Sciacallo”, di cui faceva parte Rocco Carbone, che insegnava al carcere femminile di Rebibbia ed è morto per un incidente con la moto nel 2008. Anzi, era stato proprio Rocco a portarci là, per tramite di suo fratello Claudio, che è architetto, e che lavorava con Stalker. Da allora, con gli Stalker, ci siamo sempre tenuti in contatto. Ci sono a Roma e Italia, iniziative, forme di intervento civile, azioni, che mi sembrano piene di sostanza. Tra le altre, queste che hanno a che fare con Primavera romana. “Le arance non cadono dal cielo” era una giornata divisa in vari momenti, quello a cui abbiamo partecipato noi, cioè la raccolta delle arance, poi c’era un pranzo SubSahariano all’Ex Snia, la preparazione della marmellate, uno spettacolo teatrale. Il motore primo di questa azione è anche il Centro sociale Ex Snia o l’Assemblea dei Lavoratori Africani, che all’Ex Snia si riunisce. Agli appuntamenti sparsi per la città, partecipavano molte associazioni. Di sicuro partecipava Equosud, delegazione dei lavoratori africani di Castel Volturno, la Rete dei GAS del Lazio, l’Osservatorio Antirazzista Pigneto Tor Pignattara. Al nostro appuntamento, a piazza Copernico c’erano molti ragazzi del Csoa La Torre, molti, disabili e non, di ColtivaTorre, e c’erano il presidente del Consiglio di amministrazione della cooperativa Termini e il mio amico Tullio, che pure fa parte del consiglio di amministrazione della cooperativa. La cooperativa Termini è la cooperativa di ferrovieri che novanta anni fa ha costruito il quartiere dei villini al Pigneto sui terreni dei Serventi. La cooperativa mantiene spazi comuni, dove i soci si riuniscono per ragionare di iniziative che interessano il quartiere e la città. E poi c’eravamo noi, semplici abitanti della zona, alcuni con i bambini. Ci hanno raggiunto gli aderenti all’Assemblea dei Lavoratori Africani. Che un gruppo di persone tanto diverse, per età, per formazione, per cultura, per adesione, per storia personale si incontrasse con uno scopo così semplice e preciso, già mi piaceva. Alcuni dei proprietari ci hanno aperto il cancello dei giardini per permetterci di salire sulle piante. Alcuni hanno raccolto arance per noi. Signore ci prestavano la scala per raggiungere i rami più alti degli alberi condominiali e di quelli pubblici. Perché questa iniziativa mi è sembrata così ricca? Perché è vero che durava solo un giorno, ma se ne sentiva la lenta costruzione, fatta di attese, di conversazioni, di dubbi, di coinvolgimento; se ne sentiva la tessitura. Perché era una azione simbolica e concreta contro lo spreco. Raccoglievamo arance che altrimenti avremmo preso a calci sui marciapiedi. Perché era un’azione di conoscenza. Le arance cittadine, che avevamo ignorato fino a quel momento, come fossero giusto un elemento di decoro urbano, ci si rivelavano. Se ne sentiva il profumo. Era una azione di conoscenza anche tra noi che raccoglievamo o portavamo le cassette e tra i bambini che si arrampicavano o inseguivano le arance cadute. Rivelava il legame tra il passato e il presente del territorio, imparavamo la storia della cooperativa abitativa Termini, entravamo nei villini, facevamo conoscenza con chi li abitava, e le signore facevano conoscenza con noi. Per la durata di poche ore, erano messe in scacco le regole implicite della diffidenza e dell’ignoranza. Questa giornata mi ha fatto venire in mente le iniziative di Danilo Dolci, come l’incontro sulla spiaggia all’alba dei contadini e dei pescatori di Trappeto, il loro digiuno contro la pesca illegale. Come lo sciopero alla rovescia dei disoccupati che ricostruiscono una via dissestata, la trazzera vecchia nel 1956. So che in Sicilia occidentale, Stalker ha proposto una passeggiata sulle orme della Marcia per la Sicilia occidentale del 1967, dove con Dolci, con Lorenzo Barbera, marciavano tantissimi, contadini, sindacalisti, associazioni, e anche Vo Van Ai, poeta, storico, attivista democratico vietnamita e Peppino Impastato, giovanissimo. I crocevia sono anche questo, incontri tra i vivi e i morti. E ho pensato a un libro, che forse è già sui comodini di tanti, di Aldo Capitini, si chiama Le tecniche della nonviolenza. Era uscito per Feltrinelli nel 1967, l’anno scorso lo ha ripubblicato Le edizioni dell’Asino. Siccome le azioni non bastano a se stesse, l’aria che muovono deve animare strumenti concreti di trasformazione della vita, so, da Lorenzo Romito di Stalker, che sta per nascere una cooperativa di raccoglitori e trasformatori. Intanto sono pronti 300 barattoli di marmellata.

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Arance amare
Pubblicato il 20 gennaio 2011 da red
di Pierluigi Sullo

Condivido quel che ha scritto Angelo Mastrandrea – qualche giorno fa su questo giornale – sull’assemblea di «Uniti contro la crisi» in programma a Marghera, e sulla necessità di mettere in relazione storie ed esperienze differenti: dalla resistenza operaia alla lotta degli studenti e di coloro che difendono la cultura, fino ai movimenti cittadini che tutelano i beni comuni da privatizzazioni e maree di cemento e asfalto. Vorrei aggiungere, in modo discreto, un’avvertenza. La tentazione di obbedire a riflessi antichi è in tutti noi prepotente, e d’altra parte il degrado politico (e morale), oltre che la crescente povertà e precarietà, sono talmente gravi che si sente una grande urgenza di unificare: il che propone «scadenze» ravvicinate, documenti onnicomprensivi, affidamento a leadership che, pur animate dalle migliori intenzioni, per loro natura creano gerarchie personali e di priorità tematiche. Temo però che la scomposizione sociale e culturale degli ultimi decenni sia tanto profonda, da richiedere una vera e propria frattura culturale e del linguaggio, nel  concepire l’organizzazione e i modi della lotta.

Soprattutto: che i tempi, nella creazione di nessi tra un settore sociale e l’altro non siano dettati dall’agenda politica corrente. «I tempi della società civile – dicevano gli zapatisti – non corrispondono a quelli della politica». Alla base di tutto c’è il terremoto avvenuto dal 1980 in poi: lo slittamento dell’accumulazione capitalista dal lavoro alla vita: l’intelligenza collettiva e ciò che definiamo «territorio», ovvero i beni comuni. Bene, fin qui siamo sulle premesse, che possono apparire un ostacolo alla necessità di muoversi subito. Allora, farò un esempio concreto. E’ il caso di Roma, dove da molto tempo sinistre politiche e movimenti organizzati marciano sul posto, come si dice in caserma, tra tentativi di alleanze e concorrenze, con i ritmi delle elezioni a fare la musica, ovvero con il corredo di candidature, liste e coalizioni. Naturalmente, non è solo così: i movimenti per la casa esistono e sono i soli a sollevare questa e altri questioni, e la Provincia, unico ridotto del centrosinistra, aiuta a non perdere ogni speranza.

Però è per lo meno dai tempi del «Piano Regolatore partecipato», agli inizi del decennio scorso, che non esiste un movimento sociale e culturale in grado di proporre a tutti i cittadini una visione convincente della vita della città che sia alternativa a quella del vero potere locale, i costruttori. Poi, un paio d’anni fa, nasce un’iniziativa bizzarra: si chiama «Primavera romana», è animata da un gruppo di architetti e di cittadini che amano Roma, e consiste nel fare lunghissime camminate in cui, in percorsi scelti, si intrecciano storia e forma della città, legami sociali e semplice piacere del conoscere quel che da un’auto in corsa non si riesce a percepire. Man mano, «Primavera romana» incontra i luoghi in cui si annodano solitudini, povertà, appropriazioni indebite di ciò che è pubblico. In dicembre si organizza una passeggiata da Porta Maggiore a Piazza Santi Apostoli per seguire il percorso dell’acqua e sostenere la richiesta di moratoria alle privatizzazioni. A un certo punto, ci si rende conto che esistono, in parchi e giardini pubblici, migliaia di ulivi i cui frutti vengono dispersi per incuria, se ne fa una mappa e si organizza la raccolta e la produzione dell’olio PU.RO. (Pubblico Romano).

Nell’anniversario dei fatti di Rosarno, si fa lo stesso con le arance: una tonnellata e mezza di arance sia dolci che amare vengono distribuite gratuitamente e se ne producono marmellate per finanziare la Casa dei lavoratori africani di Rosarno. Alla raccolta, accompagnata da volantini e dialoghi con i cittadini, partecipano molti Rom. (Tutte le informazioni sono su http://primaveraromana.wordpress.com). Queste iniziative coinvolgono centinaia di cittadini, la Ciclofficina e la Rete dei Gas, centri sociali e associazioni e gruppi di migranti e una vasta intellettualità. Cos’è «Primavera romana»? Fondamentalmente, ricostruisce nessi culturali e sociali: è quel che John Holloway chiama una «crepa» nel mercato, dove si fa dell’economia non mercantile, vi è uno scambio tra persone diverse, si diffonde conoscenza della città, delle filiere alimentari, e così via. In che rapporto è con sindacati operai e gruppi politici di sinistra? Ecco una domanda interessante.
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Don Sardelli, il maestro di Scuola 725 tra i baraccati dell’ acquedotto Felice
di Elena Stancanelli

Repubblica, 31 ottobre 2010

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INIZIATIVE DI RETE CIVICA: DAGLI STATI GENERALI DELLA CITTADINANZA ALLA VIA FRACIGENA DEL SUD
RomaNotizie
, 24 ottobre 2010

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Camminatori di città.
di Alessandro De Sanctis

Domenica ore 10, appuntamento a Porta Portese, luogo di mercati, mercanti e magazzini dall’epoca dei romani (quelli antichi), siamo accanto al Tevere, nell’area dove venivano scaricate in città le navi che provenivano dal mare risalendo il fiume. Qui, qualche secolo dopo, continuavano ad essere costruite quelle stesse navi, per i Papi però. Fra il milleseicento ed il millesettecento, all’epoca di Papa Clemente XI (1649-1721), veniva edificato un bellissimo manufatto produttivo artigianale, l’Arsenale Papale, ora e da anni sede di un rivenditore di materiali edili, che lo ha tenuto, colpa anche delle varie Sovrintendenze, nell’incuria più totale, fino ad arrivare ad uno stentato e non concluso restauro.
Così comincia la prima delle mie bellissime camminate metropolitane organizzate dai gruppi Stalker e Primavera Romana.
Stalker è stato un importante film di Andrej Tarkovskij, gli Stalker erano delle guide che portavano le persone nella Zona Proibita, in cui si diceva ci fosse una stanza in cui si potevano avverare i “desideri più intimi e segreti”, “i luoghi cambiano con le emozioni delle persone che vi passano”.
Questi camminatori sottolineano l’importanza dell’attraversamento dei luoghi, la loro scoperta e riscoperta, il mondo che ci sta attorno spesso non lo vediamo più, per abitudine, noia, mancanza di tempo, mancanza di qualcuno a cui farlo vedere. Queste persone, questo movimento di persone, in tutti i sensi, ci spinge a valorizzare l’esistente, a tenerlo caro, a non buttarlo via al primo alito di vento, come ci suggerisce la civiltà della pubblicità e del consumo fine a se stesso, consumare-buttare-ricomprare, questo vale anche per gli spazi, perchè continuare a costruire e consumare suolo prezioso mentre ci sono migliaia di case sfitte? Non sono le case che mancano, ma i soldi per comprarle, e allora camminiamo e ci verranno idee meravigliose, obbligo di camminata per tutti i politici almeno una volta a settimana!
Camminiamo, attraversiamo, inciampiamo pure, ma ci rialziamo, siamo una piccola mandria, entriamo nei luoghi un tempo di tutti, oggi recintati, segregati, sporcati, abbandonati, preda, proprio per questo abbandono colposo, degli speculatori, degli accaparratori economici, facciamo vedere che amiamo le nostre città, riprendiamole, puliamole, disegnamole, cantiamole.
Passiamo dal lungotevere all’argine abitato da povera gente, in baracche di fortuna, risaliamo, superiamo ostacoli (come in un videogioco o in un esercizio di rafforzamento psicofisico, o è un percorso karmico, un Mandala vivente?), siamo tanti, non siamo più soli, c’aiutiamo, facciamo amicizia, inciampiamo ma poi ci rialziamo, ascoltiamo le storie di quelli che conoscono la tappa che abbiamo raggiunto.
Poi si legge qualche brano di scrittori che sono passati di lì, fisicamente o solo mentalmente, Pasolini alla Magliana e al Forlanini, Cederna allo scandaloso Hotel Hilton (frutto della corruzione anni 50-60).
Questo safari mette in circolo il sangue, le idee, l’energia creativa, e per “contagio” gli abitanti che ci vedono passare (chiedendo immancabilmente: di dove siete?) s’inorgogliscono, dopo un momento di stupore, riprovano piacere nel vedere il loro quartiere, la loro via, meta di pellegrinaggio (“nomade” direbbe lo stalker). Qualche anno fa venne bandito un concorso per la valorizzazione del Foro Boario, un area prima sede del macello di Roma, in cui si era insediata, in una sua piccola parte residuale, una pacifica comunità di rifugiati curdi, vinse chi scelse di fare una semplice foto dell’area, tal quale, vissuta e vagamente decadente.
http://terpress.blogspot.com/2010/04/camminatori-di-citta.html

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