Città Prenestina-Casilina

domenica 6 giugno

appuntamento ore 10.00 Porta Maggiore

Esodo 06 il percorso

un racconto fotografico

Attraverseremo la città casilina prenestina, due strade che, come le braccia di un divaricatore, i fianchi di un imbuto, hanno permesso la confluenza e l’innesto delle culture e delle popolazioni “altre”, prima delle campagne, poi dell’italia meridionale e infine del mondo in città.
Percorreremo la storia dell’ex pastificio Pantanella, quello che per anni è stato lo Shish Mahal, simbolo dell’incuria delle istituzioni verso i migranti.
Incontreremo comitati e associazioni attive nel Pigneto-Prenestino, i lavoratori di Rosarno oggi ospiti alla ex-snia, i ragazzi di via Campobasso, l’occupazione di via Tempesta.

Tra i luoghi delle storiche baraccopoli, prima di meridionali e poi di rom di via Gordiani, Casilino 900, la prima divenuta campo l’ altra sgomberata quest’anno, dopo cinquant’anni di vita.
Attraverseremo quartieri, già borgate popolari, oggi di grande interesse speculativo, guarderemo alla trasformazione dell’ex Serono, alle mire sull’area del comprensorio casilino con le sue vestigia agrarie ed archeologiche, all’ex aeroporto di Centocelle che stenta a diventare parco, nonostrante l’impegno dei comitati locali, mente i militari costruiscono sul sito grattacieli.
Concluderemo, incrociando un percorso di progettazione partecipata in corso nel municipio VII,
con una visita e un brindisi al Forte Prenestino.

Portatevi da mangiare per il pranzo

………….
Continuiamo a costruire la cartografia e vorremmo condividerlo con tutti quanti conoscono il territorio. Potete quindi aggiungere luoghi, informazioni, contatti alla mappa di google.
(E’ sufficiente avere un account gmail o seguire le indicazione alla pagina strumenti di condivisione)

………….

Sulle problematiche del territorio Casilino:

http://osservatoriocasilino.it/

http://www.pigneto.it/

………….

I disegni di Alessandro De Sanctis

13 risposte a “Città Prenestina-Casilina

  1. Anonimo

    Al seguente link potrete trovare alcune fotografie della camminata nella città casilina-prenestina

    http://www.flickr.com/photos/romper/
    Romina Peritore – Immaginazioneurbana

  2. Alcune fotografie della camminata nella città Prenestina-Casilina:
    http://www.4shared.com/file/0RLjtKua/campagnaR.html
    L’agricoltura urbana potrebbe costituire una componente durevole del processo di urbanizzazione, ma ciò dipenderà dalla decisione politica e dalla partecipazione delle comunità locali. Lo spazio agricolo va visto non più come residuo, ma come risorsa per l’urbanistica sostenibile per sviluppare una campagna urbana abitabile ed una rete di fruizione dei beni storico-paesaggistici della città di Roma.

  3. Pingback: Roma che si riscrive camminando « Gentes B&B

  4. Audrey

    Ciao a tutti, é stata ancora una giornata stupenda, piena di impressioni diverse e nuove scoperte! Devo dire che la cosa più bella per me é che la sera, dopo le passeggiate, mi sento più carica di prima – nonostante il fatto che la faccia di Roma che vediamo insieme sia quella non truccata e spesso mutilata – e provo un maggiore senso di appartenenza al territorio che negli anni é diventato il mio con la voglia di lottare per cercare di proteggere e trasformare questa città. Qui il link alle foto che ho fatto: http://picasaweb.google.it/113429669217784995046/CittaPrenestinaSelezioneAudrey?authkey=Gv1sRgCJ3e_by_o6P6Wg#

  5. giuse

    Grazie ragazzi. Un percorso del corpo e della mente, peccato avere iniziato tardi. Primavera romana è un’esperienza che dovrebbe appartenere a tutti: la città da un punto di vista assolutamente inconsueto, luoghi speciali contro tutti i luoghi comuni. E ora il prossimo appuntamento che conclude un ciclo che mi auguro possa riprendere subito, magari nel tiepido autunno romano.

  6. Ilaria Beltramme

    Amici di Primavera Romana,
    sono onorata di avervi accompagnati nella vostra camminata lungo le strade della “Città Prenestina”. Spero di incontrarvi presto lungo altri esodi e altri territori. Tenetemi informata sulle vostre iniziative, fra “uguali” e “affini” bisognerebbe starsi vicino. Uniti per far rivivere periferie, perché Roma ricominci anche fuori le sue mura.
    grazie del vostro lavoro, a prestissimo!
    Ilaria Beltramme

  7. fioretta

    Qualche notizia sulla tomba del fornaio:
    (http://www.flickr.com/)

    Il sepolcro di Eurisace è una tomba monumentale di un fornaio romano, Eurisace, e di sua moglie, Atistia, risalente al I secolo a.C. e collocato vicino Porta Maggiore a Roma.
    Databile intorno al 30 a.C., fu rinvenuta nel corso della demolizione, disposta nel 1838 da papa Gregorio XVI, delle torri difensive costruite da Onorio su Porta Maggiore a Roma, al fine di ripristinare l’antico assetto risalente all’epoca aureliana.
    Nel corso dell’intervento venne in luce, rimasto inglobato nella torre cilindrica tra i due archi della porta ed ora visibile subito fuori della stessa, il sepolcro appartenente a Marco Virgilio Eurisace, fornaio (probabilmente un liberto arricchito), ed a sua moglie.
    Il monumento funebre, realizzato in travertino e decorato con elementi caratteristici di un forno, come sacchi e bocche di doli, consiste di un piccolo edificio a pianta trapezoidale, ha l’aspetto dei recipienti in cui veniva impastata la farina e reca, ripetuta quasi uguale sui tre lati ancora esistenti, l’epigrafe «Est hoc monimentum Marcei Vergilei Eurysacis pistoris, redemptoris, apparet» (“Questo sepolcro appartiene a Marco Virgilio Eurisace, fornaio, appaltatore, apparitore”), dalla quale si scopre che il fornaio lavorava per lo Stato, al quale forniva i suoi prodotti, e che era anche ufficiale subalterno (apparitore) di qualche personaggio di alto rango (un magistrato o forse un sacerdote). Ad ulteriori conferme della professione di Eurisace. l’urna che conteneva le ceneri della moglie (ora conservata al Museo delle Terme) ha la forma di una madia da pane e inoltre nel fregio intorno al monumento sono rappresentate tutte le fasi del procedimento di panificazione: pesatura e molitura del grano, setacciatura della farina, preparazione dell’impasto, pezzatura e infornata del pane. Sul lato orientale del piccolo edificio funebre, ora perduto, trovava probabilmente posto il rilievo con i due coniugi, che attualmente è visibile ai Musei Capitolini.

  8. federica

    non si potrebbe partire da casalbertone visto che l’altra volta non si era riusciti ad arrivarci?

  9. antonello

    Una piccola (grande) poesia a segnare la partenza

    Tomba del fornaio Eurisiace

    Un tempo eri viandante,
    ora, passeggero ferroviario
    che scorge dal treno
    quella specie catafalco
    addossato a Porta maggiore,
    e ti chiedi: “ che cos’è? “.
    E’ la tomba del Fornaio,
    “ e quei fori misteriosi ?”.
    Non sono gli zeri d’un
    calcolo esoterico ma
    vasche per impastare farina.
    A quei fori s’ispirarono
    Le prese d’aria e luce
    di caserme, uffici postali,
    colonie marine e oblò navali.
    Lo straricco fornaio
    del sepolcro modello
    ha per metà inventato
    lo stile Novecentista.

    Valentino Zeichen da “ Ogni cosa a ogni cosa ho detto addio”
    Poesie 1963-2003 , Introduzione di Giulio Ferroni. Mondadori 2004. Collana poesie del 900.

    Una grandissima opera a suggerire la prima, immediata, tappa è la porta di Kounellis che introduce agli orti di Santa Croce un sipario/ balletto di pietre colorate : ““Il sipario- dice l’artista- crea un ipotetico impedimento, è un sipario dalle cui trasparenze gli attori si vedono. Il dramma non ha mai inizio… non si prevede una fine… che in questo caso la meraviglia della natura, da quel punto di vista/prospettiva della porta, è sempre presente, sempre esposta, in tutte le stagioni, raccolta in quell’angolo, protetta dalle mura aureliane, per sussurrare all’orecchio la sua potenza sul territorio della chiesa di Santa Croce in Gerusalemme nel cuore di una Roma realistica”.

    Per chi non la conosce in rete esiste una ricca galleria di immagini.

    a domenica. a.s.

  10. Alessandra

    Posto qui un testo interessante che narra la breve storia dell’Aeroporto di Centocelle, tratto dal libro “101 perché sulla storia di Roma che non puoi non sapere” di Ilaria Beltrame.

    PERCHE’ IL PRIMO AEROPORTO D’ITALIA DURO’ POCHISSIMO?
    -Come uno dei fiori all’occhiello del fascismo si trasformò in pratone-
    Fa strano immaginare boeing e jumbo jet sfrecciare sui tetti di Centocelle e atterrare a due passi dalla chiesa di San Felice da Cantalice. A maggior ragione se ci si ritrova con i piedi ben piantati a terra, a camminare sul suolo di una periferia congestio¬nata di traffico eppure a tratti così libera e aperta da farti piombare in un sogno antico di campagna romana. Centocelle è così. Ai viali intasali di macchine, negozi e comitive, si alternano stradine fiorite e arterie nobili, la Prenestina e la Casilina, o assi determinanti per la viabilità di Roma sud-est (la Palmiro Togliatti, già Fosso di Cen¬tocelle). In mezzo, fra le casette basse e i palazzoni a cinque-sei piani, due morsi di Roma antica, tre di acquedotto, ville patrizie trasformate in parchi cittadini, ex fabbriche dismesse e un forte settecentesco riadattati a centri sociali come simboli della resistenza popò lare all’abbandono e all’isolamento da periferia.
    Era il 1909 quando la Roma del primo sindaco laico post-unita d’Italia credeva nel sogno di modernità che il Novecento sembrava regalare a piene mani e accoglieva la novità del volo sulle ali di Wilbur Wright alle porte della capitale, in un pratone che era una specie di “madre” della città archeologica, il cui sottosuolo si apriva in anfratti improvvisi, cave di tufi e pozzolane. La vecchia (nuovissima I capitale del Regno si apriva al mondo, il mondo si accorgeva di lei e ci si avviava fiduciosi verso un secolo breve, ma eterno, fatto di crisi e guerre senza precedenti. In questo quadro, vittima nobile sarà proprio il primo e più antico aeroporto d’Italia, consacrato a Francesco Baracca (aviere e simbolo di quella modernità tanto vagheggiata) agli esordi del Ventennio e accolto da un pubblico giubilante che non si vergognava più di essere reietto nella città dei cesari e dei papi.
    Erano fieri i centocellini di allora. Fieri di vedere le grotte e le fun¬gaie della zona rivivere all’insegna della velocità e del volo. Fieri di assistere alla nascita sul loro territorio di un luogo di primaria im¬portanza, immortalato addirittura dalle cineprese dell’Istituto Luce. Gli abitanti del quartiere ne accolsero l’inaugurazione fra gli «Oooh!» e gli «Aaah!» che si riservano alle acrobazie meglio ese¬guite di una compagnia da circo. A dirla proprio così, col discorso diretto delle voci dei figli di questa borgata, sono Alessandro Por¬telli e altri studiosi in un libro prezioso e ancestrale come solo la me¬moria collettiva raccontata può esserlo, Città di Parole, storia orale di una periferia romana. Ma insieme alle parole dei protagonisti di questa storia “collaterale” sono proprio i fotogrammi stinti dei Luce a restituirci la Roma dei primo volo verso la Berlino del¬l’Asse, dell’incontro del Duce con i reduci dalle guerre d’Africa, di celebrazioni per l’istituzione di un qualche record aeronautico parossisticamente perseguito dal governo. Sullo sfondo, una borgata a parte, terra di immigrazione e miseria, ma anche di auto-organiz¬zazione sociale e indipendenza.
    Fu contro di loro che si rivoltò la bella novità dell’aeroporto. Per¬ché nel frattempo, con la guerra, “l’Aerodromo” era diventato un obiettivo sensibile continuamente bombardato dai nemici (che poi di¬vennero alleati) e infine fatto saltare dai tedeschi. Purtroppo, però, in quel periodo le cineprese dell’Istituto Luce non arrivarono e così non poterono riprendere le scorrerie notturne a caccia di legna e muni¬zioni per i partigiani; né i maschietti di Centocelle che ci si nascon¬devano quando facevano sega a scuola. Per questo pochissimi sanno che anche la periferia sud-est ha avuto le sue battaglie dopo l’8 set¬tembre. E che lo scontro fra nemici e alleati ebbe luogo proprio sulle grotte e gli anfratti del primo aeroporto d’Italia. Dal dopoguerra in poi fu solo questione di tempo. Fu teatro di pasquette e primi di mag¬gio nella Roma liberata e poi cominciò la trasformazione.
    Divenne riparo per gli “extracomunitari primigeni” di Roma: i na¬poletani, i siciliani, i calabresi poveri e poi dei primi gruppi di zin¬gari italiani: camminanti, sinti, rom, presenti sul territorio da subito, dagli anni Cinquanta, e poi anche patria di un numero considere¬vole di autodemolitori (gli sfasciacarrozze) affacciati, ieri come

    oggi, su via Palmiro Togliatti. Questo almeno ci dice la storia uffi¬ciosa e popolare. Quella ufficiale, invece, racconta dell’abbandono sistematico in quanto poco funzionale come aeroporto (troppo vi¬cino a un quartiere troppo abitato), dei progetti del Piano Regola¬tore del 1962 che lo elessero lotto utile alle politiche dello SDO (l’al¬lontanamento progressivo degli uffici amministrativi dal centro storico), mentre, parallelamente, gli scavi testimoniavano l’emergere di almeno sette ville romane, aziende agricole precedenti alla nascita di Cristo e innumerevoli documenti che provavano l’immenso va¬lore dell’area nell’antichità, da cui l’esigenza di trasformare i suoi 120 ettari in parco archeologico di primaria grandezza.
    Nel frattempo, però, negli anni Novanta, si era cominciato a for¬mare il campo nomadi più grande d’Europa, Casilino 700, le cui con¬dizioni spaventavano i suoi stessi abitanti, che fu infine sgomberato nel 2000, non senza polemiche, né senza riflussi paurosi sulle sorti di un altro campo limitrofo (Casilino 900) e sulla comunità di Centocelle. Comunità, del resto, che a parte qualche sparuto pic-nic, o qual¬che sortita a caccia di cicorie ed erbe di campo, del pratone forse non s’è mai sentita del tutto proprietaria ma a cui è stato promesso un parco archeologico di periferia dove, magari, trasferire il Museo con¬servativo dell’Ara Pacis (come invoca qualcuno) che – e questa è già storia di oggi – si vorrebbe togliere dal lungotevere, allontanandolo dall’Ara per la cui conservazione è stato costruito.
    Chissà se questi progetti vedranno mai la luce? E chi lo sa se i centocellini avranno voglia di frequentare quel parco che oggi si ricava la sua quiete fra cimiteri di macchine recintati, il COI, cioè il Comando Operativo di Vertice Interforze (la vocazione militare quel prato l’ha sempre mantenuta), e l’ammasso di baracche che acco¬glie Casilino 900. Fino a oggi le storie di zona ci restituiscono sol¬tanto l’immagine verde e piana di un ex aeroporto alla periferia del l’impero che fu patria di progresso e novità, rifugio di partigiani e soldati acquartierati, centro direzionale della città ricostruita, asilo di migranti. E che adesso è nient’altro che un pratone malmesso. Nell’attesa di diventare, in futuro, chissà che cosa.

  11. Marco

    Grazie innanzitutto per le iniziative veramente interessanti per scoprire la città finalmente dal basso. Per l’itinerario Casilino un’idea, se non ci avete già pensato, potrebbe essere Torre Spaccata costruita tra il 1958 e il 1960 su progetto di Plinio Marconi rappresenta uno degli esempi di quartiere periferico Ina-Casa. Alcune info si possono rintracciare in
    http://www.darc.beniculturali.it/ita/appuntamenti/mostre/pdf/ina/torre_spaccata.pdf

    Grazie ancora e buon lavoro,
    marco maggioli

  12. non so se è nel vostro itinerario ma potreste passare al Teatro Biblioteca Quarticciolo (via Castellaneta, 10). il teatro purtroppo sarà chiuso. ma la biblioteca la domenica è aperta dalle 10.00 alle 17.30. un bell’esempio di soldi della pubblica amministrazione spesi bene, per ristrutturare un vecchio mercato rionale e farne uno spazio di cultura. adesso una parte del progetto è naufragata…… ma questa è un’altra storia………
    da lì c’è un itinerario nel verde, nel parco Palatucci, che arriva a Tor Tre Teste, dietro la chiesa di Meyer.

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