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Presso la Porta Tiburtina


I nobili attaccano Roma (20 novembre 1347)

La situazione di Roma peggiora ogni giorno. Cola non ha più soldi per pagare i soldati mercenari che potrebbero passare dalla parte dei baroni e del papa. All’interno della città i cavallerotti, appartenenti al popolo grasso e impensieriti per gli effetti economici del mancato giubileo, abbandonano Cola e invocano il ritorno dei nobili.
Stefano Colonna raduna i baroni a Palestrina. In una insolita alleanza sono con lui anche gli Orsini di Marino e gli Orsini di Campo de’ Fiori.
Lo tribuno non pacava li sollati como soleva. Granne bisbiglio per la citate era. Li cavalerotti de Roma scrissero lettere a Stefano della Colonna, che venissi con iente, ca·lli volevano aperire la porta. Li Colonnesi fecero la adunata in Pellestrina, numero de setteciento cavalieri, pedoni quattro milia. Per forza voco tornare a Roma. Moiti baroni so’ nella iura con essi. Granne apparecchio se fao in Pellestrina. E per tornare a Roma daievano dolce resposta ca volevano venire alle loro case. Anonimo romano, Cronica, XVIII

Gli Orsini di Castel Sant’Angelo e di Monte Giordano si schierano con Cola.
Delli baroni fuoro collo puopolo Iordano delli Orsini, Cola Orsino de Castiello Santo Agnilo, Malabranca cancellieri della Poscina, Matteo figlio dello cancellieri, Lubertiello figlio dello conte Vertollo, moiti aitri. Anonimo romano, Cronica, XVIII

L’esercito di Stefano Colonna, forte di 700 cavalieri e 4.000 fanti, parte da Palestrina. Il 20 novembre è fuori porta S. Lorenzo.
Colonnesi se muossero con granne esfuorzo da Monimento dalla mesa notte e connusserose allo munistero de Santo Lorienzo fòra le mura. Era lo tiempo rencrescevile per la piovia e per lo aspero freddo. Adunarose li baroni, Stefano della Colonna, Ianni sio figlio, Pietro de Agabito, lo quale era stato prepuosto de Marzilia, signore de Iennazzano, missore Iordano de Marini, Cola de Buccio de Braccia, Sciarretta della Colonna e moiti aitri. Anonimo romano, Cronica, XVIII

Stefano tenta di far aprire porta S. Lorenzo dall’interno della città, ma Cola ha cambiato le guardie che erano state corrotte dai nobili. Il tradimento del prefetto Giovanni di Vico, che ha fatto finta di voler aiutare Cola per far entrare in città truppe amiche dei baroni, è stato smascherato. Le porte di Roma rimangono ben chiuse
Sapevano che lo puopolo forte irato era e corocciato. Anco perché Stefano della Colonna, capitanio de tutta l’oste generale, como ionze là denanti a tutti, la prima cosa, solo con un fante, a cavallo a un palafreno ne gìo alla porta de Roma e comenzao a chiamare ad aita voce la guardia a nome. Pregava che operissi la porta. Adduceva queste rascioni: “Io so’ citatino de Roma. Voglio a casa mea tornare. Vengo per lo buono stato”. Portava lo confallone della Chiesia e dello puopolo. A queste paravole respuse la guardia della porta – Pavolo Bussa avea nome lo buono valestrieri – e disse: “Quella guardia che chiamate qua non stao. Le guardie so’ mutate. Io so’ venuto de nuovo qua con miei compagni. Voi non potete entrare qua per via alcuna. La porta ène inzerrata. Non conoscete quanta ira hane lo puopolo de voi che turbate lo buono stato? Non odite la campana? Pregove per Dio, partiteve. Non vogliate essere a tanto male. In segno che voi non pozzate entrare ecco che ietto la chiave de fòra”. Iettao la chiave, e cadde in una pescolla d’acqua la quale staieva de fòra per lo malo tiempo che era. Anonimo romano, Cronica, XVIII

I baroni, visto che l’insurrezione della città è fallita, decidono di abbandonare l’impresa e sfilano davanti a porta S. Lorenzo prima di ritirarsi. Le prime due schiere passano indenni. Ma quando arriva la terza schiera con i personaggi più in vista i romani aprono la porta.
Quanno li baroni, staienno in consiglio, avessino recitate tutte queste cose, bene viddero che entrare non potevano. Deliveraro de partirese ad onore, fatte tre schiere, ordinati venire fi’ alla porta denanti de Roma, le sonante tromme e aitri instrumenti, e dare la voita a mano ritta, tornare a casa con granne onore. Così fu fatto. Ià ne erano venute doi vattaglie, la prima e·lla secunna, sì della pedonaglia sì della cavallaria. Petruccio Fraiapane fu lo connuttore. Sonate le tromme alla porta, diero la voita a mano ritta e senza lesione alcuna tornaro. Ora ne veniva la terza schiera. In questa era la moititudine della cavallaria, erance la nobile iente, eranonce li prodi e bene a cavallo e tutta la fortezza. Uno vanno fu ‘nanti messo, che nullo ferisse sotto pena dello pede. Li primi feritori fuoro da otto nuobili baroni, fra li quali fu lo desventurato Ianni Colonna. Questi nuobili primi feritori ‘nanti ivano ad onne moititudine uno buono spazio. Era allora l’alva dello dìe. Li Romani drento dalla porta, non avenno la chiave, per forza opierzero la porta per iessire alla varatta. Granne romore fao lo ferire delle accette. Granne ène la confusione dello strillare. La porta ritta fu operta, la manca remase enzerrata. Anonimo romano, Cronica, XVIII

Giovanni Colonna entra credendo che la porta sia stata aperta dai congiurati. Viene ucciso.
Ianni Colonna, approssimannosi alla porta, considerao lo romore drento, considerao lo non ordinato aperire, estimao che suoi amici avessino muosso drento romore e che avessino rotta la porta per forza. Questo considerato Ianni Colonna sùbito se imbraccia lo pavesotto con una lancia alla cossa, speronao lo sio destriero. Adorno como barone, forte currenno non se retenne, entrao la porta della citate. Deh, como granne paura fece allo puopolo! Allora denanti a esso deo la voita a finire tutta la cavallaria de Roma. Similemente tornao a reto tutto lo puopolo fuienno quasi per spazio de mesa valestrata. Non per tanto questo Ianni Colonna fu sequitato dalli suoi amatori, anco remase solo là como fussi chiamato allo iudicio. Allora Romani presero vigore intennenno che esso era solo. Anco fu più la soa desaventura. Lo destrieri lo trasportao in una grotta poco più de·llà dalla porta, dallo lato manco entranno la porta. In quella grotta fu scavalcato da cavallo e, conoscenno sia desaventura, domannava allo puopolo misericordia e adiurava per Dio che soie armature no·lli dispogliassino. Que vaio più dicenno? Là fu denudato e, datoli tre ferute, morìo. Anonimo romano, Cronica, XVIII

Il padre Stefano Colonna entra per aiutare il figlio. Viene ucciso anch’egli.
Intanto Stefano della Colonna in tanta moititudine la quale ordinatamente veniva denanti alla porta teneramente domannao dello sio figlio Ianni. Respuosto li fu: “Noi non sapemo que aia fatto, dove sia ito”. Allora sospettao Stefano che avessi entrata la porta. Perciò speronao e solo la porta entrao e vidde che lo sio figlio iaceva in mieso de moiti in terra li quali lo occidevano fra la grotta e·llo pantano della acqua. De ciò, temenno della soa perzona, tornao a reto, iessìo la porta. La mente razionale lo abannonao, fu smarrito. Lo amore dello figlio lo convenze. Non fece paravola alcuna, anco tornao e entrao la porta se per via alcuna poteva lo sio figlio liberare. Non se approssimao, ca conubbe che muorto era. Anonimo romano, Cronica, XVIII

Il popolo esce fuori dalle mura e attacca l’esercito dei nobili in ritirata. E’ una strage. I baroni fuggono fino ai loro castelli. Cola insegue per breve tratto e poi desiste.
Ora iesse lo puopolo furioso senza ordine, senza leie; cerca a chi dea morte. Scontraro li iovini Pietro de Agabito della Colonna che dereto fu prepuosto de Marzilia, lo quale chierico fu. Mai vestute non se aveva arme se non allora. Era caduto da cavallo. Non poteva liberamente annare, perché la terra era scivolente. Fugìose in una vigna vicina. Calvo era e veterano. Pregava per Dio che perdonassino. Non vaize lo pregare. In prima li tuoizero soa moneta, puoi lo desarmaro, puoi li tuoizero la vita. Stette in quella vigna nudo, muorto, calvo, grasso. Non pareva omo da guerra. Appriesso da esso in quella vigna iaceva un aitro barone delli signori de Bellovedere. Fuoro de muorti in poco de spazio da dodici. Alla supina iacevano. Tutta l’aitra moititudine, sì de pedoni sì de cavalieri, lassano l’arme de·llà e de cà senza ordine con granne paura. Non se voitavano capo dereto. Non fu chi daiessi colpo. Missore Iordano levao la fronnosa, non se retenne fi’ a Marini. Anonimo romano, Cronica, XVIII

La situazione di Cola
Cola ha vinto la battaglia contro i Colonna e parte degli Orsini. Ma la sua situazione rimane disperata.
Non ha più denaro per pagare le truppe. Impone delle tasse straordinarie per mantenere i mercenari. Il popolo romano, preoccupato anche per il mancato Giubileo, comincia ad abbandonarlo.
Nei dintorni di Roma gli Orsini riprendono a fare delle scorrerie. Il prezzo del grano, che ha difficoltà ad arrivare da Tarquinia, aumenta.
Il legato pontificio si è stabilito a Montefiascone. Finanzia e coordina le operazioni contro Cola.
Francesco Petrarca, che aveva lasciato Avignone dove aveva sempre preso le parti di Cola, giunge in Italia. Pensava di porsi al fianco del tribuno, ma rinuncia quando viene a sapere della situazione.
In ottobre è morto l’imperatore Ludovico il Bavaro che avrebbe potuto portare soccorso con le sue truppe.
Luigi d’Ungheria, altro possibile alleato di Cola, è impegnato in Abruzzo. Il 24 dicembre 1347 conquisterà L’Aquila.

fonte internet

Il bombardamento di San Lorenzo da La Storia di Elsa Morante

“Una di quelle mattine Ida, con due grosse sporte al braccio, tornava dalla spesa tenendo per mano Useppe. Faceva un tempo sereno e caldissimo: secondo un’abitudine presa in quell’estate per i suoi giri dentro al quartiere, Ida era uscita, come una popolana, col suo vestito di casa di cretonne stampato a colori, senza cappello, le gambe nude per risparmiare le calze, e ai piedi delle scarpe di pezza con alta suola di sughero. Useppe non portava altro addosso che una camiciolina quadrettata stinta, dei calzoncini rimediati di cotone turchino, e due sandaletti di misura eccessiva (perché acquistati col criterio della crescenza) che ai suoi passi sbattevano sul selciato con un ciabattio. In mano, teneva la sua famosa pallina ‘Roma’ (la noce ‘Lazio’ durante quella primavera fatalmente era andata perduta). Uscivano dal viale alberato non lontano dallo Scalo Merci, dirigendosi in via dei Volsci, quando, non preavvisato da nessun allarme, si udì avanzare nel cielo un clamore d’orchestra metallico e ronzante. Useppe levò gli occhi in alto, e disse: ‘Lioplani’. In quel momento l’aria fischiò, mentre già in un tuono enorme tutti i muri precipitavano alle loro spalle e il terreno saltava d’intorno a loro, sminuzzato in una mitraglia di frammenti.
‘Useppe! Useppee!’ urlò Ida, sbattuta in un ciclone nero e polveroso che impediva la vista: ‘Mà, sto qui’, le rispose all’altezza del suo braccio, la vocina di lui, quasi rassicurante. Essa lo prese in collo, e in un attimo le ribalenarono nel cervello gli insegnamenti dell’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) e del Capofabbricato; che, in caso di bombe, conviene stendersi al suolo. Ma invece il suo corpo si mise a correre senza direzione. Aveva lasciato cadere una delle sporte, mentre l’altra, dimenticata, le pendeva ancora al braccio, sotto il culetto fiducioso di Useppe. Intanto, era incominciato il suono delle sirene. Essa, nella sua corsa, sentì che scivolava verso il basso, come avesse i pàttini, su un terreno rimosso che pareva arato, e che fumava. Verso il fondo, essa cadde a sedere, con Useppe stretto fra le braccia. Nella caduta, dalla sporta le si era riversato il suo carico di ortaggi, fra i quali, sparsi ai suoi piedi, splendevano i colori dei peperoni, verde, arancione e rosso vivo. Con una mano, essa si aggrappò a una radice schiantata, ancora coperta di terriccio in frantumi, che sporgeva presso di lei. E assestandosi meglio, rannicchiata intorno a Useppe, prese a palparlo febbrilmente in tutto il corpo, per assicurarsi che era incolume. Poi gli sistemò sulla testolina la sporta vuota come un elmo di protezione.
Si trovavano in fondo a una specie di angusta trincea, protetta nell’alto, come da un tetto, da un grosso tronco d’albero disteso. Si poteva udire in prossimità, sopra di loro, la sua chioma caduta agitare il fogliame in un gran vento. Tutto all’intorno, durava un fragore fischiante e rovinoso, nel quale fra scrosci, scoppiettii vivaci e strani tintinnii, si sperdevano deboli e già da una distanza assurda voci umane e nitriti di cavalli. Useppe, accucciato contro di lei, la guardava in faccia, di sotto la sporta, non impaurito, ma piuttosto curioso e soprappensiero. ‘Non è niente’, essa gli disse, ‘non aver paura. Non è niente’. Lui aveva perduto i sandaletti ma teneva ancora la sua pallina stretta al pugno. Agli schianti più forti, lo si sentiva appena tremare:’Niente…’ diceva poi, fra persuaso e interrogativo.I suoi piedini nudi si bilanciavano quieti accosto a Ida, uno di qua e uno di là. Per tutto il tempo che aspettarono in quel riparo, i suoi occhi e quelli di Ida rimasero, intenti, a guardarsi. Lei non avrebbe saputo dire la durata di quel tempo. Il suo orologetto da polso si era rotto; e ci sono delle circostanze in cui, per la mente, calcolare una durata è impossibile.
Al cessato allarme, nell’affacciarsi fuori di là, si ritrovarono dentro una immensa nube pulverulenta che nascondeva il sole, e faceva tossire col suo sapore di catrame: attraverso questa nube, si vedevano fiamme e fumo nero dalla parte dello Scalo Merci. Sull’altra parte del viale, le vie di sbocco erano montagne di macerie, e Ida, avanzando a stento con Useppe in braccio, cercò un’uscita verso il piazzale fra gli alberi massacrati e anneriti. Il primo oggetto riconoscibile che incontrarono fu, ai loro piedi, un cavallo morto, con la testa adorna di un pennacchio nero, fra corone di fiori sfrante. E in quel punto, un liquido dolce e tiepido bagnò il braccio di Ida. Soltanto allora, Useppe avvilito si mise a piangere: perché già da tempo aveva smesso di essere così piccolo di pisciarsi addosso.
Nello spazio attorno al cavallo, si scorgevano altre corone, altri fiori, ali di gesso, testa e membra di statue mutilate. Davanti alle botteghe funebri, rotte e svuotate, di là intorno il terreno era tutto coperto di vetri. Dal prossimo cimitero, veniva un odore molle, zuccheroso e stantio; e se ne intravedevano, di là dalle muraglie sbrecciate, i cipressi neri e contorti. Intanto altra gente era riapparsa, crescendo in una folla che si aggirava come su un altro pianeta. Certuni erano sporchi di sangue. Si sentivano delle urla e dei nomi, oppure: ‘Anche là brucia!’ ‘Dov’è l’ambulanza?!’. Però anche questi suoni echeggiavano rauchi e stravaganti, come in una corte di sordomuti. La vocina di Useppe ripeteva a Ida una domanda incomprensibile, in cui le pareva di riconoscere la parola casa: ‘Mà, quando torniamo a casa?’. La sporta gli calava sugli occhietti, e lui fremeva, adesso, in una impazienza feroce. Pareva fissato in un preoccupazione che non voleva enunciare, neanche a se stesso: ‘mà?…casa?…’ seguitava ostinata la sua vocina. Ma era difficile riconoscere le strade familiari. Finalmente, di là da un casamento semidistrutto, da cui pendevano i travi e le persiane divelte, fra il solito polverone di rovina, Ida ravvisò, intatto il casamento con l’osteria, dove andavano a rifugiarsi le notti degli allarmi. Qui Useppe prese a dibattersi con tanta frenesia che riuscì a svincolarsi dalle sue braccia e a scendere a terra. E correndo coi piedini nudi verso una nube più densa di polverone, incominciò a gridare: ‘Bii! Biii! Biiii!!’
Il loro caseggiato era distrutto. Ne rimaneva solo una quinta spalancata sul vuoto. Cercando con gli occhi in alto, al posto del loro appartamento, si scorgeva fra la nuvolaglia del fumo, un pezzo di pianerottolo, sotto a due cassonidell’acqua
rimasti in piedi. Dabbasso delle figure urlanti o ammutolite si aggiravano fra i lastroni di cemento, i mobili sconquassati, i cumuli di rottami e di immondezze. Nessun lamento ne saliva, là sotto dovevano essere tutti morti. Ma certune di quelle figure, sotto l’azione di un meccanismo idiota, andavano frugando o raspando con le unghie fra quei cumuli, alla ricerca di qualcuno o di qualcosa da recuperare. E in mezzo a tutto questo, la vocina di Useppe continuava a chiamare: ‘Biii! Biiii! Biiiii!’ Blitz era perduto, insieme col letto matrimoniale e il lettino e il divanoletto e la cassapanca, e i libri squinternati di Ninnuzzu, e il suo ritratto a ingrandimento, e le pentole di cucina, e il tessilsacco coi cappotti riadattati e le maglie d’inverno, e le dieci buste di latte in polvere, e i sei chili di pasta, e quanto restava dell’ultimo stipendio del mese, riposto in un cassetto della credenza. ‘Andiamo via! Andiamo via!’ disse Ida, tentando di sollevare Useppe tra le braccia. Ma lui resisteva e si dibatteva, sviluppando una violenza inverosimile, e ripeteva il suo grido: ‘Biii!’ con una pretesa sempre urgente e perentoria. Forse reputava che, incitato a questo modo, per forza Blitz dovesse rispuntare scodinzolando da dietro qualche cantone, da un momento all’altro.
E trascinato via di peso, non cessava di ripetere quell’unica e buffa sillaba, con voce convulsa per i singulti. ‘Andiamo, andiamo via’, reiterava Ida. Ma veramente non sapeva più dove andare.”
Tratto da Morante, Elsa, La Storia, Torino, Einaudi, 1974, pp. 169-171.

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