un ricordo di Melo

La notte tra il 12 e il 13 ottobre, stroncato da un infarto, è morto Melo Franchina, amico di molti di noi.  Melo è stato per tutti, oltre che compagno, un osservatore curioso dei movimenti di cui sapeva restituire, attraverso i suoi racconti fotografici, lotte e speranze.

Melo era un architetto artista e, come tale, impegnato a recuperare, nei fatti, molti di quegli avvenimenti che le istituzioni, dopo parole di circostanza, sembrano dimenticare.

Così imperterrito sognava di realizzare l’Albero della Vita dedicato alla strage di Capaci e, proprio in questi giorni, aveva “ chiuso” i disegni per quel  “Museo della  Memoria” per cui tanto si era speso per San Lorenzo.

A Roma, dove da tanto tempo si era trasferito, aveva portato insieme alla sua compagna Nella Ginatempo quella capacità tutta siciliana di riuscire a cogliere, dai tanti con cui entrava in contatto, la forza rappresentata dalla loro diversità.

Alla sua curiosità “urbana” non poteva sfuggire Primavera Romana. Così, anche se solo per una passeggiata, il giorno che ci siamo spinti lungo la Città Prenestina- Casilina, l’abbiamo trovato, pronto con la sua Nikon, ad attenderci a Porta Maggiore.

Si sentiva stanco così ci salutò poco dopo e di lì a  qualche tempo “postò” le sue bellissime immagini. Non fu la sola cosa che fece per i “camminatori”. Con un tempismo, che solo agli artisti e ai poeti è dato, durante la cerimonia della fondazione del “mundus” Melo riuscì, dalle Eolie dove intanto si era trasferito, a farci raggiungere dalla sua voce per chiedere di depositare, nel grande buco di fondazione nella Villa dei Quintili, anche le sue parole . Averlo fatto e non aver fatto in tempo a raccontargli di quella straordinaria giornata,  da lui comunque  “sentita”, ne  rende ancora più straziante la scomparsa. A Nella un abbraccio fortissimo.

SEMPRE IN CAMMINO

Melo Franchina

Il racconto che narriamo di noi stessi è sempre in relazione con ciò che attendiamo ancora dalla vita” (P. Ricoeur)

11 marzo 1967 – La lunga marcia

“Possiamo crescere solo se sappiamo sognare di crescere” Danilo Dolci

 

L’uomo sembra un marziano caduto dal cielo mentre chiede:

ma perché tutta questa gente, cosa aspettate?

Stiamo aspettando “la marcia per un mondo nuovo”, dico.

Il suo sguardo interrogativo mi porta a correggere il tiro: si tratta di una marcia di protesta contro la mafia ed i suoi legami col potere politico e di speranza: sviluppo economico e pace. E tutto questo lo dobbiamo alla testardaggine di un solo uomo, Danilo Dolci.

Sai, dice l’uomo per scusarsi, io sono di passaggio, vengo dal nord.

Anche lui, dico: si è catapultato nella nostra Sicilia 15 anni fa, mettendovi radici.

Come mai? Chiede l’uomo con crescente curiosità.

In breve gli racconto dello sguardo di un bambino sulla profonda miseria della realtà di Trappeto, dove il padre era capostazione. Della decisione, diventato adulto, di tornare proprio lì per costruire un movimento autogestito e cambiare, dal basso, quelle misere condizioni. Della convinzione che solo con il coinvolgimento diretto i soggetti interessati avrebbero acquisito esperienza, capacità e senso di responsabilità.

Gli parlo delle lotte, condotte assieme alle persone, per ottenere una diga bloccata dalla mafia e della conseguente trasformazione dell’agricoltura. Gli elenco i metodi di lotta: digiuno, sciopero alla rovescia, disubbidienza, solidarietà, obiezione di coscienza…Metodi non violenti, che tuttavia gli hanno creato problemi: persino l’arresto. Ma gli hanno regalato la stima e l’amicizia di uomini di cultura anche internazionali.

Questa marcia, concludo perché si vede arrivare il corteo, rappresenta un momento importante di questo percorso di coinvolgimento. Una lunga marcia – iniziata giorno 6 a Partinico – che si conclude a Palermo. E oggi ho dovuto “fare l’ora” – cioè ho disertato le lezioni al liceo – per partecipare. E mi rammarico di non averlo fatto anche nei giorni scorsi: ne avrei guadagnato in termini educativi.

Ma l’enorme folla già ci sommerge. Quasi gridando, per sovrastare le grida e i canti, l’uomo mi chiede: quanti chilometri ci sono da Monreale a Palermo?

Appena otto.

Mi unisco a voi, dice sorridendo.

E’ un altro dei tanti che, al passaggio del fiume colorato e festante, si lascia trasportare dalla contagiosa corrente.

Peccato non avere ancora la macchina fotografica per fissare questo momento!

 

1975 – Camminare

“Quando ho bisogno di ricreare me stesso vado in cerca della foresta più buia…” Henry David Thoreau

 

Perché non dovremmo provare? Siamo pure in tanti! Thoreau ha vissuto da solo nel bosco, per due anni. Per lui camminare significa stare nella natura, rinnovando il contatto ed il legame; disubbidire alle norme e agli obblighi della società. Pensate quale esperienza! Altro che università: chi di voi ha imparato davvero come si costruisce una casa? Mettiamoci alla prova con delle capanne auto costruite. Proviamo cosa vuole dire essere pienamente presenti a noi stessi, completamente immersi nella realtà del presente. Sperimentiamo nuovi modi di vivere.

La divisione è netta sulle due alternative: la maggioranza vota per la camminata: tre giorni!

Si studiano sulla mappa i percorsi, le difficoltà, i tempi. Si sceglie un itinerario con difficoltà medio-alte! Destinazione Nebrodi. E nel fine settimana: perdiamo così solo un giorno di università!

Partiamo dal bosco di S. Fratello in 10: dieci nani ispirati da un gigante, 5 ragazze + 5 ragazzi.

Mi piace questa marcia fra gli alberi: camminare immerso nei colori, generati dal sole che s’infiltra tra i rami, mutevoli come gli odori; nei suoni dei passi fra le foglie; nel cinguettio degli uccelli. Una pienezza di sensazioni appaganti: vi sono talmente dentro che non percepisco le distanze, la stanchezza e quant’altro possa distogliere il pensiero dal coinvolgimento salutare con la natura viva. Totale è la mia capacità di coglierla.

Ma le insidie sono già in agguato. Un forte crampo al polpaccio mi blocca. Non voglio fermare il gruppo: andate avanti che vi raggiungo, voglio fotografare con calma! E fotografo anche: dopo essermi praticato dei massaggi, mi trascino fino al laghetto “Biviere” – una superficie blu ricoperta di foglie – e inquadro dipinti di Monet, in serie, come quelli veri.

Sto meglio. Ripartiamo tutti insieme felici. Ma non per molto.

I sentieri cominciano ad essere tortuosi ed insicuri: si sale e si scende in continuazione. All’appello mancano Paola e Delia. Le chiamiamo, ma ci risponde la nostra eco. Inutili sono gli stratagemmi pensati per le ricerche. Ci organizziamo per andare a cercare soccorsi. D’improvviso spuntano, sorridenti, sopra un mulo tirato da un pastore: il loro salvatore.

Comincia a fare buio. Il tempo di montare le tende e sprofondiamo nel sonno, esausti.

Un timido sole mi sveglia regalandomi una carica nuova. E’ in corso un’accesa discussione. Il pastore ci ha preannunciato per oggi nebbia, pericolosa per affrontare un altro giorno di bosco in salita. Tre sostengono che è troppo rischioso e bisogna tornare indietro. Rimasti in minoranza decidono di abbandonare il progetto, dandoci degli incoscienti. Forse siamo coerenti – li ho corretti nel salutarli – sapevamo che non sarebbe stata una semplice passeggiata. E’ infantile arrendersi alla prima difficoltà.

Le nuvole, in modo subdolo ed insistente, coprono il sole ed ammantano le cime degli alberi. Una nebbia fitta s’infiltra nei rami e scende inesorabile e minacciosa verso di noi: ah la sapienza dei pastori!

Non perdiamo la testa, abbiamo con noi la bussola.

Ma, come naufraghi, nuotiamo dentro un liquido evanescente senza percepire nulla all’intorno. Il rischio di perderci è davvero grande. Ci leghiamo, intanto, l’uno con l’altro. E tentiamo di proseguire lungo un sentiero che diventa sempre più incerto. Infatti ci accorgiamo che quello che crediamo essere il sentiero giusto ci conduce in una direzione diversa da quella che ci indica la bussola. Anche la parola “sentiero”, in queste condizioni, perde significato.

Prendiamo atto che siamo approdati nella dimensione del nulla: forse uno dei gironi infernali. Almeno in questa fase provvisoria. E che a nulla serve continuare a vagare in modo indefinito. Tanto vale attendere, con calma, che la “realtà” ricompaia, per indicarci la giusta strada.

Così com’è arrivata, la nebbia ora comincia il suo percorso inverso. Il primo segno è dato dalla timida ricomparsa del tappeto di foglie sul terreno. Poi tocca ai rami riconquistare la loro dimensione nello spazio. E’ come in camera oscura quando il soggetto comincia ad emergere lentamente, per gradi, fino a che tutta la foto compare.

Tutto questo ci è costato ore e cominciamo a temere di non riuscire a rispettare il programma: è quasi buio. Allunghiamo inutilmente il passo mentre facciamo ipotesi alternative.

D’improvviso, lasciato il bosco, c’imbattiamo in una casa: non ci sono luci, sembra disabitata. Invece, sull’uscio, è seduto un uomo. Chiediamo quanto dista il paese più vicino. 7 Km sono troppi per l’ora e la stanchezza.

Ma qual è ‘u problema – ci dice, alzandosi di scatto – putite ristare cca.

Ci apre la casa, accende una lampadina attaccata ad un filo che scende dal soffitto su un tavolo al centro, e dice:

Non ci sunnu letti, ma vi putiti sistimare ‘nterra.

La stanza è grande abbastanza. Senza attendere risposta, l’uomo sposta il tavolo in un angolo per fare spazio ai nostri sacchi a pelo. Sembra molto contento di poterci ospitare. Ci chiede se vogliamo mangiare, ma diciamo di no, per non disturbare ancora: ci dichiariamo distrutti dalla stanchezza, quali in effetti siamo. Scambio ancora qualche parola con lui in siciliano. Salvatore è un pastore di circa 50 anni ed ha vissuto la vita quasi sempre da solo. Non è di molte parole, ma ha un cuore d’oro, come un bambino.

Ci svegliamo presto e ci attende già una colazione, sul tavolo, come nei migliori alberghi: provola ed altri formaggi, salumi, uova delle sue galline, latte appena munto e caffè.

Nel salutarci, commossi, gli chiediamo informazioni sul nostro itinerario. Da Floresta, il paesino più alto della Sicilia, il percorso è tutto in discesa. E costeggia un bel torrente fino a Randazzo, alle pendici dell’Etna, dove troveremo la festa del patrono.

Lo invitiamo a venire con noi alla festa.

E cu mi guarda i pecuri? ci dice con un sorriso.

 

1994 – Nel Giardino della Memoria

“Gli uomini passano, le loro idee restano, restano le loro tensioni morali. Continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini” Giovanni Falcone

 

Sull’autostrada, in prossimità dell’uscita di Capaci, la “Porta” svetta alta sulle due corsie. Filari di alberi di alloro chiudono la vista verso i lati, dove si sviluppa il Giardino annunciato.

Esco, fermo la macchina nel grande parcheggio a monte e mi avvio a piedi lungo la stradina di campagna costeggiata da muri in pietra: memoria del luogo prima della sua trasformazione.

 

1.   Sotto l’autostrada, all’ingresso, mi viene dato un depliant descrittivo. Siamo dentro una struttura in conci di tufo. Dall’esterno ricorda le torri del sistema difensivo contro le incursioni dei pirati: suggerisce la fondazione di un nuovo sistema di difesa, un avamposto della cultura antimafia. Dall’interno, la costruzione richiama la voragine dell’esplosione che ha causato la strage. Le pareti inclinate formano una superficie continua punteggiata da numerose luci su di essa proiettate: tutte le vittime di mafia le cui storie il Museo racconta. Al centro dell’invaso sale una doppia elica metallica – “Elica-gabbiano”, DNA – che all’esterno genera la “Porta” che emerge in mezzo all’autostrada e due ali che si aprono sulle corsie: trasformazione di una distruzione in luogo di vita.

Per accedere ai due piani del Museo ipogeico, si scende in questo ampio percorso a spirale in penombra. Ed il rumore delle auto che passano sopra fa da sfondo alla visita di questo luogo di dolore, “infernale”. Al suo interno, articolati da pannelli che formano una struttura labirintica, si sviluppano spazi espositivi e spazi per incontri. Si alternano pareti curve ed inclinate a superfici piane. La copertura obliqua, come parte dei pavimenti, ricollega il tutto in un involucro continuo, che induce allo straniamento. Le direttrici convergono verso l’ultimo piano, in basso, dove si apre – specchiandosi sull’acqua di un laghetto – una grande vetrata curva.

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”.

 

2.   Fuori si snodano diversi percorsi che ricollegano le tre aree in cui è diviso il Giardino.

Alcuni sentieri danno origine ad un sistema di terrazzamenti che formano nel loro insieme la conca, alla quota più bassa di tutto il Giardino, sede del laghetto. Il tracciato di questi sentieri si sviluppa, sulla copertura inclinata del Museo, in corrispondenza dei percorsi interni. Qui, nello spazio libero fra terra e cielo, è possibile incontrare un grande cantiere d’arte aperto alla creatività degli artisti che hanno lasciato un loro segno sulla Memoria. Anche questo Museo all’aperto, come quello interno, è stato gestito nella sua costruzione dalle associazioni antimafia.

Dal laghetto, sulla sinistra, si erge una grande parete, divisa in tre parti accessibili, sulla quale, ogni anno – dal 23 maggio al 19 luglio – si dipingono dei murales.

Il percorso poi sale verso una collina e s’incontrano, disseminate ovunque, frasi e poesie, scolpite in lastre di pietra o legno. Tutti i sentieri convergono nel Labirinto, dove è massima la sensazione del perdersi e ritrovare il filo della memoria. Come suggerisce anche Calvino, il labirinto può essere sfidato, basta costruirsi una “mappa topologica”: è’ fatto da siepi che, nel loro disporsi nello spazio del Giardino – alla fine della salita, a metà percorso – assumono la configurazione planimetrica dello stesso Giardino.

L’uscita dal Labirinto consente di conquistare una piazza circolare. Sulla sua superficie sono tracciati i segni della “fondazione” di un’utopia, la “Città del Sole”: una spirale che sale verso un centro alla conquista di una sfera. Il desiderio di ricostruire il senso dell’azione collettiva, di Comunità, di partecipazione dal basso, di sfera civile, collocato in un luogo ed un tempo indefiniti. Nella terza area forse tutto comincerà ad apparire possibile.

“Puro e disposto a salire a  le stelle”

3.            L’ultima parte del Giardino si sviluppa sul lato opposto dell’autostrada.

Alla fine del tunnel, come una sorta di porta aperta, si trova un grande muro con un’immagine a mosaico: il “Trionfo della vita”. Un altro capovolgimento di significati per affermare una svolta storica della Sicilia contrapponendolo al famoso affresco di Palazzo Abbatellis di Palermo il “Trionfo della morte”.

Come la sfera ed altre opere, anche per questa è stato bandito un concorso per giovani artisti.

Dietro questa “porta”, s’incontra un piccolo bosco ricco di essenze arboree tipiche del mediterraneo: una sorta di piccolo museo botanico di ciò che tende a scomparire.

Si apre quindi un grande prato verde in pianura, con fiori e giochi per bambini. E ancora acqua, con animali, nella quale è immersa una costruzione di legno: “l’Arca delle Idee”. Ha la vaga forma di una barca – s’ispira alle tipiche “capaciote” della locale tradizione e all’Arca dei mosaici bizantini del Duomo di Monreale – e rappresenta una sorta di museo che raccoglie – in varie forme espressive – tutte le idee prodotte sul tema, soprattutto dalle scuole, nel periodo della costruzione del Giardino. Un processo di coinvolgimento che continua con un laboratorio aperto ai visitatori.

Alla fine del prato sorge “L’isola-Fontana”. E’ la volontà di chi la aziona a mettere in moto il gioco d’acqua, suoni e luci ed a fare emergere un triangolo trasparente, al cui centro spunta un alto getto d’acqua: “l’albero invisibile”. Questa fontana, tramite tre “fiumi”, alimenta tutti i corsi d’acqua distribuiti lungo il Giardino, ciascuno con diversa forma e col suo diverso ruolo nell’insieme: canali, cascate, laghetto…

Da questo punto, attraverso un fitto pergolato di fiori, si accede alla “Agorà”, anfiteatro all’aperto: luogo dell’assemblea, dell’ascolto, di partecipazione, di spettacoli.

L’Agorà termina, in basso, con un Centro servizi: l’Agorà telematica. Al suo interno si può interagire virtualmente con la struttura del Museo e con gli altri utenti della rete internazionale collegati con esso. Ma, soprattutto, serve ad orientare i giovani dell’Area metropolitana su: sevizi, reti, opportunità economiche, sociali, culturali, di studio e di lavoro. Uno strumento, prima di uscire, per costruirsi la propria “mappa topologica” con la quale affrontare il labirinto urbano.

La costruzione di questo Centro, di forma ovale, è in legno, tufo e mattoni e non emerge dall’autostrada: ancora un capovolgimento della logica di rapina del territorio effettuato dalla mafia.

Un grande muro di specchi mi accompagna verso l’uscita: guardo avanti, ma l’immagine complessiva nello specchio è fatta anche di ciò che mi sta dietro, che include la mia persona col suo carico di responsabilità e di amore per la vita:

“L’amor che move il sole e l’altre stelle”

 

D’improvviso mi sveglio!

In questo periodo l’idea del progetto mi accompagna in ogni luogo, persino nei sogni: lo vedo già vivo ed io che ci cammino dentro! Ma in fondo è così – con una immersione totale dentro al luogo ed i suoi simboli – che è nata l’idea nella mia mente quando ho concepito il progetto: espressione di un volo interiore, alla ricerca di un riscatto per la mia terra.

 

 

 

*Nota: Il progetto che qui descrivo, non è mai stato attuato per varie cause riconducibili alle resistenze delle élites politiche di vario colore.

Ho pensato  perciò di pubblicare il progetto in un libro: Carmelo Franchina “Il Giardino della Memoria”, Gangemi Editore, 1997: forse, quando la Sicilia cambierà, dopo una possibile rinascita, il progetto potrà vivere.

E chissà chi potrà esserne testimone!

1999 – Ponti rotti

 

Non pensavo fossero tanti quando ho immaginato la provocazione: sono 28 i ponti di Roma sul Tevere!

In ogni caso sono sempre meno di quelli che stanno distruggendo sull’altra sponda del Mediterraneo…Stiamo distruggendo, questo è il punto: siamo anche noi, col nostro Governo “amico”, a gettare le bombe!

Si sono inventati la guerra “umanitaria” per rendere dolce l’indigeribile pillola. E tanti – persone insospettabili – mi ripetono questa cantilena, o la sua variante “etica”.

Cosa c’è di umanitario o etico in questi gesti di morte e distruzione?

Solo una mente perversa, tipica dei politici nostrani, può inventarsi scuse così contorte.

Se fosse fatto a voi cosa direste?

Già, forse manca proprio questa capacità di immaginare di essere al posto loro!

E’ troppo facile stare comodamente seduti sui divani a sentenziare, davanti alla televisione.

Vorrei vedere come salti se la bomba cade sul ponte dietro casa tua!

 

L’arte non si pone limiti di alcun genere: posso distruggere i ponti di Roma! Un gesto “etico”! Questo sì.

Parto con la mia inseparabile macchina fotografica per la ricognizione.

Cammino lungo le rive del Tevere e colgo anche le più piccole cose e mi lascio sorprendere.

Lungo il tragitto, fra un canneto e l’altro, vedo la strana presenza di un mondo parallelo, fatto di miseria e privazioni, fango, polvere, sporcizia: utensili rotti, vestiti stracciati, scarpe. Scopro si tratta di tracce del passaggio, o della “abitazione”, di intere comunità di immigrati: umanità violata nella sua dignità, nei suoi bisogni più elementari, nel suo diritto alla vita.

Mi sono trasferito da poco a Roma e non la conosco ancora bene, ma questa faccia sconosciuta mi sconvolge.

Ma devo farmi forza, non posso divagare. Mi concentro sul mio obiettivo: i ponti.

Giorni e giorni di cammino, da solo, lungo il greto a cogliere la giusta angolazione: anche i gesti distruttivi presuppongono metodo e rigore!

Raccolgo tutto il materiale e prendo accordi con la Libreria Internazionale del Manifesto: uno dei pochi posti – in questa atmosfera di diffuso conformismo – dove ci si può incontrare per discutere di questa guerra.

Si può fare.

I muri sono pieni di foto esposte in varie forme, anche strappate; come strappate sono le Carte dei Diritti, nazionali ed internazionali, mostrate come ombre crocifisse, per introdurre il penultimo dei quattro atti di un racconto visivo che parte da una “normale” mostra fotografica sui ponti di Roma, per giungere alla loro “distruzione”: i vetri rotti invadono pure il percorso dei visitatori.

L’amico mimo, Armando Profumi, volteggia prima felice mentre le sue mani e l’espressione del viso descrivono la costruzione di un ponte. Si fa subito cupo il volto e le mani si alzano, in difesa, al cielo da dove giunge la minaccia della sua imminente distruzione.

Poi Raniero la Valle commenta così l’iniziativa:

“Dedicata ai ponti distrutti in Jugoslavia, si è inaugurata una singolare mostra, occasione per un discorso non banale sulla guerra che, in quanto distrugge i ponti, distrugge le identità, perché l’identità non è semplice, è un insieme unitario di differenze, un incontro di alterità e ciascuno di noi risulta dai ponti che ha attraversato e dai ponti da cui è stato attraversato (…)

Perciò la distruzione dei ponti diventa la descrizione della guerra e di ogni guerra. E perché questa verità del conflitto potesse passare dal concetto all’emozione, Melo Franchina ha fotografato con infinito amore tutti i ponti di Roma. Quegli stessi ponti li ha mostrati – tra fotografie lacerate, vetri infranti e cornici spezzate – scempiati, interrotti e distrutti: così come è esposta alla fine, strappata, la sua stessa carta d’identità…”

 

10 Novembre 2001 – No War

 

All’assemblea del Movimento ho proposto di scrivere “NO WAR”, con centinaia di fiaccole, al Circo Massimo. La parete in pendio è la più adatta per la visibilità dell’enorme scritta: il corteo attraverserà via dei Cerchi, di fronte, prima di fermarsi alla “Bocca della Verità”.

La guerra è fuoco che, in modo pesante e distruttivo, brucia speranze, pensieri, emozioni, corpi: vita. Comporre, con lo stesso elemento, in modo leggero, messaggi di pace opera un ribaltamento di logica, stabilisce differenze. Scriverlo col fuoco sulla terra è un modo incisivo per ribadire, alla fine, ciò che lungo il percorso si dirà in mille modi e colori.

Il progetto però sembra naufragare: le fiaccole non amano la pioggia! Ma ho deciso di rischiare.

Dopo i controlli di rito della polizia, traccio sulla parete, con l’aiuto di Mario, le linee essenziali. Ma non c’è più tempo per collocare le numerose fiaccole: non posso certo rinunciare al corteo!

Nella sterminata massa di persone cerco volti conosciuti, disposti a darmi una mano. Indico l’incrocio fra via Merulana e via Labicana, come punto d’incontro per andare poi, veloci, avanti.

Cammino, immerso nei colori ed i suoni, dentro parole che danzano appese agli striscioni. Sono perso e catturo, con lo sguardo e con l’obiettivo, la multiforme e ricca umanità nei cui occhi si legge la voglia di cambiare. Si annulla, con i passi che scorrono lenti, ogni cognizione di spazio e tempo.

Sarà già lontana la testa del corteo?!

Devo correre: sono terribilmente in ritardo!

Forse solo: al punto stabilito non c’è nessuno!

E intanto riscende, leggera, la pioggia, mentre mi lascio alle spalle il Colosseo.

Quasi al buio inizio a sistemare le fiaccole ed è difficile trovare pure le tracce che avevo lasciato.

E sudo, non solo per la fatica: non farò in tempo da solo!!

Mi telefona Guido, un amico: arriva con Marisa, Marco e Stefano. Sollievo!

Intanto giunge pure Cristina. La scritta comincia a prendere forma, piano, mentre compaiono dal buio, ad uno ad uno, gli aiuti contattati prima: Alessandra, Alessandro, Attilio, Emanuele, Leonardo, Luciano, Tommaso, altri che non ho il tempo di conoscere.

Ed è un susseguirsi di gesti, mani che sommano punti ai punti, correggono: una scrittura multipla che si accende piano, come la passione di costruire insieme.

Giusto in tempo per accogliere il passaggio della testa del corteo, che applaude: un grido corale – una comune speranza di vita – che le fiamme accendono negli oltre duecentomila occhi di chi sfila nel lungo corteo.

Pochi mezzi per costruire la speranza di un altro mondo possibile.

 

 

 

*Nota:

Era il primo corteo: il primo dei tanti ai quali ho partecipato negli anni, fino alla loro scomparsa!

All’interno del Movimento Altermondialista – luogo di complessa ma stimolante possibilità di narrazione polifonica – dopo questa esperienza, spinto dai gesti di solidarietà, ho dato vita al gruppo ArteinMovimento, tendente a costruire reti di relazioni ed eventi artistici: sempre in cammino.

Giugno 2009 –  Il Nuovo Ordine Mondiale

E’ forse giusto un mondo che ogni minuto destina tre milioni di dollari alle spese militari, mentre ogni minuto muoiono quindici bambini per fame o malattia curabile?Non sarà che il buon senso e la giustizia hanno divorziato per sempre ?” Galeano

Un evento con migliaia di scarpe disseminate lungo le rive del Tevere!

L’idea mi appare subito stimolante, ma trovo privo di senso il contenuto che si vorrebbe attribuire al progetto: genericamente legato al “vissuto” dei romani.

Per fortuna la riunione è ancora solo interlocutoria: ciascuno deve esprimersi su una proposta che si attuerà fra circa un anno.

Tocca a me. Voglio subito indirizzare la discussione sull’essenziale: quell’ “Arte per…” che caratterizza il nome della nostra Associazione.

Questa – dico – sembra una proposta perfettamente aderente al senso che, fin da quando abbiamo formato il gruppo, ho immaginato per le nostre iniziative: Arte come veicolo di comunicazione per leggere le contraddizioni del presente.

L’idea da comunicare con le scarpe per me è un senso di allarme: l’allarme per il declino verso cui stiamo precipitando. Altro che camminare verso il progresso!

Il mondo regredisce sempre più, a livello morale, civile, culturale. I disagi e le sofferenze aumentano a dismisura, nell’indifferenza generale: che pena quelle immagini dei piedi nudi che escono dalle lenzuola di quelle due ragazzine rom morte annegate….nell’indifferenza dei bagnanti!

L’installazione, in nessun modo può indirizzare l’osservatore verso “magnifiche sorti e progressive” immaginarie. Deve, piuttosto, porgli interrogativi, provocarne riflessioni, anche senso di disorientamento. Penso che questo progetto debba scuotere e dare un contributo per fare uscire dall’indifferenza gli osservatori.

A volte ho la sensazione che ci sia una diffusa resistenza, anche fra di noi, a prendere coscienza della drammaticità degli eventi che ci passano sotto gli occhi. Quasi non si voglia guardare in faccia una realtà che fa male e si preferisca sfuggirla in ogni modo. A me, invece, nell’osservarla viene da piangere: come diceva Pasolini, che aveva previsto la tragicità del nostro presente, un pianto di protesta, da Pro-testari, che significa attestare pubblicamente, davanti a tutti. Cosa che faremmo, appunto, attestando pubblicamente, dovunque possibile, la nostra indignazione. Perché io sono indignato e, come Pasolini, mi sento un “ribelle paziente”.

So bene che siamo lontani oramai dalle tensioni che contraddistinguevano le avanguardie storiche, i movimenti artistici che avevano come finalità il cambiamento del mondo. Che siamo anche lontani da visioni del mondo, e quindi dell’arte, universali ed oggettive. Ma mi rifiuto di pensare che l’operare nell’arte a null’altro tenda che alla propria soddisfazione, al piacere di chi vuol esprimersi, ricercando la propria sopravvivenza, in un mercato perverso, in cui i “prezzi” sono determinati da mercanti e speculatori, come molti esempi di artisti famosi mi fanno pensare.

In questa tragica fase storica, nel “tristissimo inizio secolo svuotato e devitalizzato di contenuti umani” – come ha ben detto prima Stefania – è possibile assecondare una tendenza che vuole l’artista produttore di opere per fare mostre finalizzate a trovare un posto sicuro sul mercato, spesso nella più totale indifferenza alle sorti del mondo? Sono le sorti del mondo che, anche come artista, a me sembrano prioritarie.

Forse ho una visione ancora idealistica, ma penso che solo un libero talento collettivo – una polifonia di voci appassionate – può consentire di affrontare la crisi verso cui il mondo precipita. E l’artista ha la responsabilità di rimanere costantemente sveglio per contribuire a svilupparlo, questo talento, cercando i modi per rompere la gabbia oppressiva costruita dal potere nel “Nuovo Ordine Mondiale”.

L’arte deve “introdurre caos nell’ordine”, scriveva Adorno. Ma è ordine o caos quello in cui viviamo? In questo caos, forse all’arte spetta il difficile compito di “trasformare l’ordine sociale”, come auspicava Beuys.

O, più semplicemente, prefigurare un nuovo mondo possibile, dove siano bandite le armi.

Arrivo alle scarpe: metafora di una massa sterminata di gente in cammino. Nel contesto che ho descritto, devono dunque essere rappresentazione di un’azione festosa, o non piuttosto la raffigurazione di un disagio collettivo: migranti fuggiti dalle guerre, o dalla fame, alla ricerca di lavoro, di conoscenze, di asilo, o di una nuova speranza, pur se sulle nostre inospitali rive? (sul greto del fiume, fra l’altro, “abitano” e sopravvivono intere generazioni d’immigrati!).

“In cammino” potrebbe essere, in questo caso, il titolo dell’evento.

La percezione stessa dell’evento avviene nella forma del cammino. L’installazione sarà infatti visibile soltanto attraversando il lungotevere o il greto del fiume. In entrambi i casi a piedi.

Nel primo si ha una visione dall’alto, che consente di percepire solo l’insieme, escludendo i dettagli.

Nel secondo è possibile ripercorrere tutto il tragitto segnato dalle scarpe, osservarne i dettagli, soffermarsi sui segni che da essi provengono: tessere di un mosaico, “lettere” di un discorso che ciascuno può decifrare a suo modo.

Per concludere, però, devo dire che neppure questa immagine del “cammino” mi basta. A me l’immagine delle scarpe vuote rievoca soprattutto la metafora dell’assenza: l’assenza dei corpi. Quindi negazione di vite, diritti, identità: caos. E se le scarpe vuote fossero presentate anche spaiate e dispari, il caos apparirebbe osceno nella sua silenziosa follia: rappresentazione di un mondo alla rovescia. Un equilibrio rotto: perfino la rottura del legame tra la persona e le sue scarpe, il corpo ed il cammino, il soggetto e la sua identità.

Perversi effetti del cammino nel “Nuovo Ordine Mondiale” alieno dalla ragione:

E’ alieno dalla ragione pensare che oggi la guerra sia adatta a risarcire i diritti violati” scriveva Giovanni XXIII° nell’Enciclica “Pacem in terris”.

 

Ripenso a questa mia filippica mentre inauguriamo l’evento. Oggi, 19 Giugno 2009, sul greto del Tevere, tra Ponte Cavour e Ponte Sant’Angelo, si apre al pubblico l’Installazione “IN CAMMINO”,  del “Coordinamento artisti Arte per”.

Purtroppo si è voluto dare un respiro più ampio, quindi più generico, al tema – “…il percorso della vita nei suoi molteplici aspetti” – perdendo così il forte impatto che avrebbe determinato l’attuazione dei contenuti da me proposti.

Sono esposte tremila paia di scarpe di diverse provenienze e significati.

La maggior parte recuperi di scarti che i cittadini hanno voluto liberamente donare all’evento.

Alcune, provenienti da paesi in guerra, donate da “Un Ponte per”, che curerà un’Asta per finanziare alcuni progetti.

All’interno dell’esposizione collettiva ci sono alcune installazioni personali, fra cui la mia dal titolo: “…eppur bisogna andar”. Simboleggia una possibile resistenza – con le armi dell’arte – al Nuovo Ordine Mondiale sostenuto dai potenti del mondo. Contro le cui teste, al G8 dell’Aquila, le otto scarpe spaiate sono state immaginate per essere idealmente lanciate, col carico del loro messaggio: DISARMO!

Per introdurre caos nell’ordine… apparente.

 

 

Nota: a conferma della validità del simbolismo che avevo scelto per rappresentare le vittime di guerra, riporto questa notizia (G. Bertinetto, L’Unità 12 luglio 2010):…nel quindicesimo tragico anniversario della strage dei musulmani-bosniaci di Srebrenica, perpetrata dalla milizia serbo-bosniaca (…) alcuni sopravvissuti intendono costruire accanto al cimitero un monumento, ammassando le une sulle altre sedicimila scarpe, a simboleggiare gli ottomila scomparsi (uccisi in massa e gettati nelle fosse comuni). Sulla sagoma campeggerà a caratteri cubitali la scritta U.N. (Nazioni Unite), “metafora dell’immenso tradimento” allora compiuto dall’Onu (i cui soldati non capirono la gravità…o forse non ebbero il coraggio di opporsi).

Primavera del 2011

“Essere stati è una condizione per essere” Fernand Braudel

Antonello mi ha parlato della “Primavera Romana” ed ho sentito un moto dentro, come l’eco di un richiamo lontano, di un lungo percorso che giunge infine al suo approdo naturale. Ho pensato a Borges che si candida a fare il bibliotecario con un semplice biglietto: “mi sono preparato per questo posto nel corso di tutta la mia vita”. Ma io non sono Borges, Antonello non mi conosce abbastanza e non c’è nessun concorso, in questo caso. Ed ho pure preso atto che le “passeggiate” erano quasi al termine, per questo anno. Potrò partecipare solo alla penultima, mi sono detto. Ma neppure quella ho potuto fare in modo completo, per motivi di salute.

In quel momento, però, la mia vita di passeggiate, fin qui descritta, comincia, piano, a prendere corpo nella mia mente. Fino ad assumere questa forma: che non è proprio quella di un semplice biglietto!

E’ stato come proiettarsi in avanti – pensando alla Primavera del 2011 – dopo una lunga rincorsa. Non avendo potuto vivere un’esperienza desiderata, la mente si è concentrata su quella successiva, nutrendosi, intanto, delle esperienze passate.

Rivivere questi episodi della mia vita come un unicum mi ha proiettato in una dimensione senza tempo né spazio. Ora tutto diventa possibile, si annulla persino ogni problema di età o di salute. L’entusiasmo per ciò che può ancora essere prende il sopravvento rispetto a ciò che è stato, contro ogni buon senso. Sono nella condizione ideale per fare affluire pensieri, emozioni…

Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni: il sogno può prendere il volo.

 

“…l’uomo ha smesso di camminare con le proprie gambe e di gioire per questo. Anche la propria vita ormai non la vede più come una strada, bensì come una strada asfaltata: come una linea che conduce da un punto ad un altro“. Milan Kundera ha ragione, mi dico.                
Eppure vedo file di persone che, caparbiamente, si mettono in cammino, con le proprie gambe, “per scoprire, condividere e inventare una Roma diversa (…) attraversare – con l’idea di conoscere, riconoscere e “fondare” – quelle 7 città che hanno costituito il primo approdo fuoriporta (…) ripensare una Roma che, come quella delle origini, sia l’insieme delle tante comunità e delle tante culture che la costituiscono e che si vogliano – ora come allora, nella propria autonomia e nel rispetto reciproco – riconoscere attorno alla costruzione di terreno comune, fatto si spazi da riscoprire e reinventare insieme, luoghi di accoglienza, di scambio, di confronto e di condivisione delle poetiche, delle pratiche e delle politiche di un vivere in comune.”

Io, però, non riesco a raggiungerle: c’è sempre qualcosa che me lo impedisce. E mi vedo librare in aria, come un aquilone, volare sopra la città. Cerco ancora di osservare, da lontano, il loro percorso lungo le vie Consolari. Infine posso solo immaginarlo, essere in empatia, mentre il mio volo mi porta ad una quota nella quale vedo tutta la città dentro il suo anello.

Mentre guardo il serpente giallo che l’attraversa e scende fino al mare, mi viene incontro Pedrag Matvejevic che dice:“Per noi che siamo nati lungo le sponde di un fiume, ogni vero corso d’acqua rappresenta una sorta di mare. Ci riesce facile il penetrare dello spazio mediterraneo, che si introduce appunto andando contro corrente”.

Andare appunto contro corrente è lo spirito di questi camminatori!

D’improvviso una forza mi trascina e mi fa invertire rotta.

Sono ancora in volo, ma ora in discesa. Sorvolo il Tevere e lo guardo, cercando una conferma: lungo il greto, sotto e sopra quei 28 ponti, si può leggere la storia di Roma.

Plano, infine, vicino al mare: sono con i piedi per terra.

E’ già la primavera del 2011. Ho dato appuntamento ai camminatori qui, alla foce del Tevere, per risalirlo, facendo tappa ad ogni ponte per leggere i segni del contesto. Si ritorna dunque alle origini di Roma, fra miti e storia. Da sempre l’identità di Roma, sia di quella storica che di quella moderna ed espansa nelle lontane periferie, si coagula attorno al grande fiume, al suo forte impatto territoriale e simbolico.

Arriva Lorenzo e mi annuncia che, secondo il programma, dopo il Tevere toccherà alla Sicilia: Ha mantenuto la promessa di una riedizione della marcia di Danilo Dolci!

Mi allargo: cosa ne pensi se, arrivati a Palermo, facciamo una capatina a Capaci? Mi piacerebbe descrivere al gruppo, sul posto, come avevo immaginato la “fondazione” della mia utopia nel Giardino della Memoria.

E qui…mi sveglio!


 

 

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